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L’urto della bellezza

· Donne e uomini senzatetto diventati fotografi raccontano Milano ·

Una mostra itinerante, per sua natura, promette di essere rivista. E davvero un lungo viaggio si deve augurare a «Ri-scatti. Fotografi senza fissa dimora», la cui seconda tappa si è conclusa nelle scorse settimane a Brescia. Frutto del progetto nato nel 2014 da un’idea di Federica Balestrieri, giornalista Rai, il percorso documenta realtà spesso nascoste, finalmente portate in luce dai loro stessi protagonisti: tredici senza tetto, uomini e donne di diverse nazionalità, raccontano attraverso le immagini angoli di Milano, istantanee di vita, ore della notte e frammenti del giorno che sfuggono a chi nella metropoli procede indaffarato e sicuro.

Fotografia di Sofiene Bouzayene

Individuati dal Centro Aiuto Stazione Centrale tra le persone seguite dai Servizi sociali, i protagonisti silenziosi della rassegna hanno frequentato per due mesi un corso, tenuto dai fotoreporter Gianmarco Maraviglia e Aldo Soligno, apprendendo così il linguaggio e le tecniche della fotografia e raccontando, attraverso i loro scatti, la propria esperienza di vita. Si è giunti quindi a un concorso finale, il cui vincitore, Dino Luciano Bertoli, ha ottenuto un contratto di lavoro di un anno presso l’agenzia fotografica sgp di Stefano Guindani a Milano. Come scrive Chiara Oggioni Tiepolo, curatrice della mostra, «un fotogiornalista deve essere invisibile. Confondersi fra la folla, non dare nell’occhio, mimetizzarsi con la mobilia. Per non alterare i fatti, le espressioni dei soggetti ritratti, le dinamiche. Un fotografo di strada deve aggiungere a tutto questo il silenzio». È l’intuizione che, con «Ri-scatti», porta alla ribalta gli invisibili: se la città non li vuol vedere e li rimuove, eccoli per ciò stesso in una posizione eccezionale, predisposta al fare artistico.

Diceva nel 1971 il grande Robert Frank, parlando delle sue fotografie contenute in The Americans: «Penso che ce ne siano solo due o tre in cui ho davvero parlato con qualcuno, ma per la maggior parte del tempo sono stato in assoluto silenzio, camminando attraverso il paesaggio, attraverso la città fotografando e andandomene via. Bene, questo è il mio temperamento, di essere silenzioso e guardare solo».

Nel progetto milanese tuttavia non il semplice temperamento, ma una condizione d’esistenza è divenuta improvvisamente e paradossalmente favorevole. «È stata loro insegnata la tecnica — spiega ancora Oggioni Tiepolo — ma, volutamente, non le tematiche. È stato invece loro chiesto di raccontare la vita così come la vedono. Il risultato è uno straordinario caleidoscopio di immagini, dove la povertà non fa mai da padrona. Se ne intuisce la presenza ingombrante, quasi fosse il coro durante la rappresentazione di una tragedia greca, ma la voce narrante, per tutti, parla di speranza, di bellezza, di una pulsione prepotente verso il futuro. Di riscatto, appunto».

Novantacinque foto, scelte tra un numero assai maggiore di scatti, sono state esposte e messe in vendita in occasione della mostra tenutasi a febbraio 2015 al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, conclusasi sopra ogni aspettativa, con oltre millecinquecento visitatori in dodici giorni.

In mostra anche i volti dei tredici autori, ritratti dal fotografo di moda Stefano Guindani così come si sono presentati nel suo studio, con i loro vestiti di ogni giorno e con l’espressione di chi non recita una parte: primi piani di imponente densità, epifania della realtà inimmaginabile di cui anche l’essere umano meno guardato è portatore.

di Sergio Massironi

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22 marzo 2019

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