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L’urgenza
di essere sale

· Le giornate dell’editoria cattolica in corso a Roma ·

«Una parola scritta diventa vivente solo attraverso chi la fa nascere di nuovo con il suo respiro, nel presente»: Jean-Marie Montel, vice direttore generale di Bayard Presse e presidente della Federazione dei media cattolici di Francia, ha citato una celebre frase di padre François Varillon per descrivere nel modo più conciso possibile la grande bellezza (e la grande difficoltà) del suo lavoro.

Montel è uno dei relatori che partecipano alle Giornate internazionali dell’editoria cattolica organizzate dal Dicastero per la comunicazione, in collaborazione con l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, in corso a Roma, fino al 29 giugno. In fondo, ha continuato sulla stessa linea il responsabile editoriale della Libreria Editrice Vaticana, fra’ Giulio Cesareo «il concilio Vaticano ii ha avuto un solo grande obiettivo: permettere alla Chiesa del ventesimo secolo di annunciare Cristo agli uomini e alle donne del ventesimo secolo. Parafrasando questa espressione, spero che queste Giornate siano davvero un’opportunità concreta per tutti noi e per le realtà ecclesiali ed aziendali che rappresentiamo, per poter essere al passo con i tempi secondo lo spirito del Vangelo, per essere più efficaci nell’annunciare e riannunciare Cristo ai nostri contemporanei, credenti e non, così come sono e non come dovrebbero essere, per quello che siamo e non per come dovremmo essere». I nostri contemporanei, credenti e non, come sono, e non come dovrebbero essere, secondo quel tenace, umile, realismo cristiano che ha permesso alla Parola di Gesù, in oltre duemila anni di storia, di raggiungere chiunque, senza pre-condizioni o pre-requisiti da esigere, nei contesti sociali culturali, antropologici più disparati.

illustrazione di ARGO  argoimago.com  «Isole dei libri» (2019)

«Il solo fatto di esserci radunati (per condividere progetti, fatiche, sogni, disillusioni) è importante» ha detto il prefetto del Dicastero per la comunicazione, Paolo Ruffini, aprendo i lavori. «Ci restituisce il senso di quello che siamo, l’unità di quello che siamo, al di là delle specificità linguistiche, culturali, editoriali. Siamo comunque una cosa sola. Siamo membra gli uni degli altri. Perché anche se esistono le culture — esistono cioè le persone e i popoli — il Vangelo ha trasformato dall’interno i costumi, i criteri di giudizio, e i valori condivisi. Ha costruito culture diverse, eppure tutte cristiane, tutte cristiane eppure tutte ancora da cristianizzare. Qui è la nostra sfida. Perché le culture non sono realtà statiche e astratte, le culture... sono le persone. E il Vangelo è fermento di vita e di sapienza».

Fermento di vita anche in una terra segnata da tante contraddizioni e conflitti, ma ricca di energie in movimento e forte di tante promesse mantenute, come la Repubblica del Sud Africa, come ha testimoniato l’intervento di Ipeleng Thlankana, caporedattore di «Reality Magazine – a Catholic lifestyle».

Se come ha scritto il filosofo francese Paul Ricoer il problema del nostro tempo è che a una bulimia dei mezzi corrisponde l’atrofia dei fini, ha continuato Ruffini, anche nella editoria c’è questo rischio. «Qual è il fine? Per me il fine è rispondere (con la sapienza, con la bellezza) alle domande di senso dell’uomo. E queste domande non solo non sono morte, ma urlano una risposta. La questione è — credo — ridare un senso all’orizzonte in continuo movimento. La verità è che come ha scritto Ernst Bloch “ovunque incontriamo l’uomo, quale sia il colore della sua pelle, quale sia la latitudine o il clima, noi lo troviamo malgrado le apparenze contrarie occupato da un pensiero fondamentale, ossessionato da un unico problema, quello del suo destino: che cosa sono? Cosa ci faccio sulla terra, quale è la ragione del mio vivere? Chi mi darà una definizione di me stesso capace di appagarmi? Quale è la ragione? Perché vivo? Cosa c’è oltre che questo?” Qui è il ruolo dell’editoria tutta».

Si può ripartire solo da questo minimo comune denominatore, le domande più vere e indomabili, anche se sepolte sotto tonnellate di distrazione e futilità, che albergano nel cuore di ogni uomo.

Tra l’altro, chiosa fra’ Giulio Cesareo, «sempre più — anche a livello laico — si fa strada l’importanza del valore non economico del business. L’economia e le aziende stanno cioè scoprendo sempre più che i bilanci positivi, il solo guadagno, non basta più, tra l’altro perché i consumatori — noi consumatori — puniamo — privandole dei nostri acquisti — quelle aziende che non offrono un contributo sociale, ecologico, alla collettività. Si fa strada sempre più cioè la riqualificazione delle ricadute extra economiche dell’agire imprenditoriale. E questa è probabilmente un’altra grazia del nostro tempo — su cui riflettere insieme — per saperla cogliere in maniera critica e profonda e per non banalizzarla come un mero idealismo. In effetti, dietro le nostre attività ci sono quasi sempre delle realtà ecclesiali che sono nate in una logica di condivisione e di servizio al Vangelo e che — per varie ragioni — a volte si sono piegate a una logica economica che ha penalizzato il servizio ecclesiale».

Fare rete è la soluzione, «ma non in senso burocratico — continua Ruffini — in senso creativo. Per rispondere in maniera efficace dovremmo fare rete fra i nostri mezzi di comunicazione. Dovremmo creare un ecosistema dove la visione di un film o di un documentario induca alla lettura di un libro, e viceversa, secondo percorsi di senso. Dovremmo usare meglio la nostra presenza sul territorio. Costruire eventi che ci facciano riscoprire l’arte delle nostre città, e attraverso l’arte il bisogno di sapere, il bisogno di spiritualità, il bisogno di senso. Dovremmo costruire relazioni che creino a loro volta relazioni, e linkino saperi, linguaggi, verità e bellezza. Penso che sia giunto il momento di dare vita a progetti collaborativi per censire, raffinare, classificare, descrivere in modo strutturato grandi moli di contenuti, per ridistribuire surplus materiali e di conoscenza». Non si può prescindere da una prospettiva a lungo termine. «Dovremmo credo — suggerisce il prefetto del Dicastero per la comunicazione — fare sempre meglio una attività di scouting: individuare e far crescere personaggi influencer sacerdoti, religiosi, laici che popolino il mondo della comunicazione e dell’editoria. Se comunicare significa mettere in comunione, non dobbiamo pensare a salvare gli orticelli ma a come organizzarli in una grande fattoria che alla fine produca lo stesso Vino e lo stesso Pane». Il rumore di fondo è altissimo, la qualità di quello che si trova in libreria è spesso molto bassa.

«Siamo circondati — continua Ruffini — da editori che hanno perso il senso del loro lavoro, che non sanno più cosa dire. Noi abbiamo la forza e la libertà di chi sa cosa dire, cosa cercare, cosa ascoltare. Questo significa che siamo chiamati a fare cultura cristiana: accogliendo sul serio le istanze della cultura/delle culture di oggi. Viviamo un tempo di crisi. Lo sappiamo; è successo tante altre volte nella storia dell’uomo. Davvero non sappiamo la sera quel che troveremo la mattina. Abbiamo paura. Ma la paura è sempre una cattiva consigliera. La paura impedisce di capire. L’editoria è in crisi, ma forse mai come oggi avvertiamo quanto grande sia il bisogno di restituire un senso al tempo. Una unità alla diversità dei mezzi. E ci rendiamo conto — di fronte alla sempre maggiore insignificanza del pensiero omologato — di quanta attenzione ci sia verso il mondo cattolico, verso la nostra capacità di dare una prospettiva alla vita». La lamentazione su quanto sia diffuso il buio, insomma, non deve distoglierci dal provare ad accendere una luce.

«In un mondo così insipido — ha concluso Ruffini — non può non esserci mercato per il sale».

di Silvia Guidi

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17 agosto 2019

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