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L’urgenza della pace

· Dovrebbe essere presto annunciata la data della nuova conferenza internazionale sulla Siria ·

Ban Ki-moon accoglie con favore la decisione siriana di aderire alla convenzione sulle armi chimiche

Sembrano potere sortire gli effetti sperati gli sforzi diplomatici per dare una soluzione politica alla crisi in Siria, anche se non si è ancora del tutto dissolta l’ipotesi di un intervento armato dalle conseguenze difficilmente valutabili.
In questo contesto resta il dramma delle popolazioni siriane, ostaggio di un crudele conflitto, che hanno urgente bisogno di pace. Ne ha dato conferma, oggi a Ginevra, un nuovo dato sui profughi diffuso dall’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati: nella sola Sicilia dall’inizio di agosto sono sbarcati oltre 3.300 persone in fuga dalla Siria, compresi 230 bambini.
Sempre da Ginevra, dove sono in corso colloqui tra il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, e il segretario di Stato americano, John Kerry — ai quali si è aggiunto oggi il rappresentante per la Siria dell’Onu e della Lega araba, Lakhdar Brahimi — lo stesso Kerry ha riferito che un nuovo incontro tra Stati Uniti e Russia ci sarà il 28 settembre a New York, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu. In quell’occasione potrebbe essere annunciata la data di una Conferenza internazionale di pace, la cosiddetta Ginevra 2. Nei mesi scorsi — prima dell’offensiva dell’esercito siriano che era sembrata sul punto di sconfiggere i ribelli e prima che questi ultimi diffondessero immagini sul presunto attacco con armi chimiche sferrato dall’esercito il 21 agosto alla periferia di Damasco — a farsi promotori della conferenza, insieme con l’Onu, erano stati proprio i Governi di Washington e di Mosca.
Nel frattempo, la decisione del presidente siriano, Bashar Al Assad, di sottoscrivere la convenzione internazionale sulla messa al bando delle armi chimiche è stata accolta con favore dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che del trattato relativo è depositario e che da tempo ha fatto appello affinché vi aderiscano tutti i Paesi. Secondo una nota del Palazzo di vetro, inoltre, gli ultimi sviluppi della situazione siriana fanno sperare a Ban Ki-moon che «i colloqui in corso a Ginevra portino in tempi brevi a un accordo condiviso e sostenuto da tutta la comunità internazionale».
Di possibilità in questo senso ha parlato Lavrov. Il ministro russo ha detto che definire e mettere in atto «un sistema per rintracciare e distruggere le armi chimiche siriane eliminerebbe ogni motivo di attacco militare da parte degli Stati Uniti o di altri Paesi» e ha ribadito la determinazione di Mosca a trovare un compromesso che possa essere recepito in sede di Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Anche Kerry ha sottolineato che «la diplomazia può evitare un attacco e un’intesa può salvare vite umane», ma ha ammonito che «le parole non bastano. Russia e Siria devono mantenere le promesse», aggiungendo che se l’intesa dovesse fallire «l’uso della forza sarà necessario».
In attesa del rapporto sull’uso di armi chimiche in Siria che sarà presentato lunedì dagli ispettori dell’Onu, le posizioni di Russia e Stati Uniti restano divergenti. Secondo Washington, solo il Governo di Damasco può essere responsabile di avere usato gas nervini, mentre Mosca afferma che a farlo sono stati i ribelli, come ha ribadito lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, in un articolo pubblicato sul quotidiano «The New York Times». Secondo il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, in questa posizione la Russia sarebbe «isolata e sola», mentre la portavoce del dipartimento di Stato, Marie Harf, ha definito «assurda» l’affermazione di Putin, aggiungendo tra l’altro che gli Stati Uniti ritengono che Assad non debba essere parte del futuro politico della Siria.
La questione delle armi fornite ai ribelli, chimiche e no, resta comunque argomento di discussione, dato che Assad, nell’annunciare l’adesione al trattato sulle armi chimiche e la disponibilità a mettere il suo arsenale sotto controllo, ha aggiunto che deve interrompersi, oltre alla minaccia di attacco di Washington, l’aiuto militare dato ai ribelli da Stati Uniti e altri Paesi. Questa posizione è sostenuta anche da Mosca e, secondo fonti diplomatiche all’Onu non confermate ufficialmente, potrebbe avere in sede di Consiglio di sicurezza l’avallo della Cina, anch’essa contraria a una risoluzione che indichi l’esclusiva responsabilità di Assad. A Pechino si recherà domenica il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, che sulla via del ritorno farà tappa a Mosca.

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