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L'uomo saggio del Talmud

· ​Una biografia di Rabbi Akiva ·

Rabbi Akiva, descritto come «il capo di tutti i saggi», è il personaggio più citato nella letteratura rabbinica, 1341 volte soltanto nel Talmud babilonese e centinaia di volte nel Talmud di Gerusalemme e nella letteratura midrashica. Eppure, di lui sappiamo molto poco, e nessuna fonte esterna al mondo ebraico lo ricorda. È stato dedotto che fosse nato prima della distruzione del Tempio, intorno al 50 dell’era cristiana, e morto durante la rivolta di Bar Kochba, intorno al 135, giustiziato dai romani. Non esistono però prove storiche della sua esistenza, anche se nulla ci suggerisce che si tratti di una figura immaginaria. 

Chagall, «Gerusalemme» (1931)

Di questo personaggio, al tempo stesso famosissimo ed evanescente, Barry Holtz, docente al Jewish Theological Seminary of America e studioso raffinato della letteratura rabbinica, ci propone qui una biografia, Rabbi Akiva. L’uomo saggio del Talmud (Torino, Bollati Boringhieri, 2018, pagine 203, euro 26). Non è il primo, dal momento che su Akiva sono stati scritti studi e perfino romanzi. Ma Holtz è estremamente consapevole delle difficoltà di un simile proposito, tanto da porle tutte sul tavolo in apertura del libro. Non esiste nel mondo ebraico, a differenza che in quello greco-romano, una tradizione biografica. Le fonti rabbiniche che ci parlano di lui, in particolare il Talmud babilonese, sono posteriori alla sua vita anche di centinaia di anni, e sono per di più indifferenti al problema di ogni biografia, la collocazione nel tempo del proprio oggetto. Inoltre, sono fonti sparpagliate, senza nessuna pretesa di sistematicità e di coerenza, in testi innumerevoli e di epoche differenti.
E ancora, si domanda l’autore, collocando Akiva nel suo periodo storico, cos’era allora un ebreo? Cos’era un rabbino, cos’era la sinagoga? Siamo poco dopo l’inizio dell’era rabbinica, maestri di Akiva furono, secondo la tradizione, Rabbi Eliezer e Rabbi Joshua, a loro volta allievi di Johanan ben Zakkai, considerato il fondatore dell’ebraismo rabbinico dopo la caduta del Tempio, anche lui una figura più mitica che storica e sulla cui stessa esistenza sono stati formulati dubbi. Siamo, comunque, nel momento iniziale dell’ebraismo rabbinico. Quanto alle sinagoghe, se con il 70 il Tempio viene distrutto, è pur vero che le sinagoghe appaiono prima della sua distruzione, ma si tratta di realtà molto diverse da come si struttureranno nel tempo. Gli stessi dubbi circondano la natura della figura rabbinica, molto diversa da quella dei secoli successivi. E allora? Come procedere?
Il risultato è un libro al tempo stesso serio e documentato e di piacevole lettura, in dialogo continuo con le sue fonti. Un testo in cui ci si propone di dare una risposta non alla domanda “Chi era Akiva?” ma a quella “Perché e come Akiva è rimasto nel mondo rabbinico a personificare il sapiente, l’ebreo, il rabbino, per non parlare poi del suo martirio, rimasto emblematico nei secoli?”. Perché ci si è ricordati di lui, quindi, e cosa ha rappresentato la sua memoria?
Incrociando le fonti e interrogandole con finezza interpretativa, Holtz arriva a definire alcuni tratti della personalità di Akiva: un uomo di grandissimo valore intellettuale che si è fatto da sé, in un mondo in cui gli studiosi discendono da famiglie importanti; un uomo al tempo stesso modesto e consapevole della sua superiorità intellettuale; un grande studioso di mistica; colui che ha consentito, nella discussione tra rabbini riportata nella MIshna, l’ingresso del Cantico dei Cantico nel canone biblico ebraico; colui che ha appoggiato la rivolta antiromana di Bar Kochba e ha offerto alla cultura ebraica un modello insuperato di martirio, morendo con le parole dello Shemà in bocca. E molte altre cose ancora, lette tra le righe dei testi rabbinici, decodificate, interpretate nella volontà della cultura rabbinica di crearsi dei modelli, una tradizione, un’esegesi.
Restano naturalmente molti punti oscuri, là dove le fonti si contraddicono, o dove troppo scoperta è l’intento delle fonti più tarde di reinterpretare in chiave celebrativa gli inizi dell’era rabbinica. Non sappiamo perché e come Akiva abbia iniziato a studiare. Le fonti sono discordanti, secondo alcune a quarant’anni, da solo, secondo altre giovanissimo, spinto dalla moglie. Resta il mistero dei 24 anni passati nello studio e dei suoi ventiquattromila allievi morti secondo la leggenda. O del Pardès, il frutteto, in cui secondo i testi rabbinici, entrarono quattro rabbini e da cui solo Rabbi Akiva uscì indenne, una delle storie più commentate dell’intera letteratura rabbinica. Ciò nonostante, di Akiva sappiamo poco. Ma la realtà della sua vita non è, secondo Holtz, importante. Come ha scritto il grande studioso Ahad Ha’am, a proposito non di Akiva ma di Mosé, «quel che importava non era necessariamente quel che accadde storicamente, ma quel che penetrò nella coscienza storica».
Ecco quello che in questo bel libro Holtz vuole raccontare: «Un uomo nella comunità dei maestri, che discute di Torah, preparando il campo al futuro».

di Anna Foa

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18 agosto 2019

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