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L’uomo delle lacrime

· Nella festa di san Francesco ·

Con la consueta lucidità, nel 1926-1927, presentando su La cultura la Vita di san Francesco d’Assisi di Luigi Salvatorelli (1926), Giorgio Levi Della Vida mise in guardia dai rischi corsi da chi si occupa del santo: «Chi scrive di San Francesco si trova innanzi due pericoli: il primo di fraintendere la personalità e l’azione del Santo per eccesso di “storicismo”; il secondo, di guastarne il profumo attraverso la falsa idealizzazione di un’ammirazione retorica». Allora, quasi un secolo fa, in tempi di centenario (1926) e «coll’aria ammorbata di miasmi dannunziani», il secondo pericolo era particolarmente grave. Ma le due minacce, a ben vedere, sono sempre in agguato, anche cento anni dopo (e in prospettiva di un nuovo centenario). Diciamo la verità. Molta letteratura relativa a Francesco continua a oscillare fra la dissacrazione, l’incomprensione irrispettosa e tracotante del mistero e la melensa sbrodolatura spirituale, se non devozionale, proiezione di pie aspirazioni certo rispettabili ma che nulla hanno a che fare con l’umile fatica della conoscenza storica.

Fra’ Sidival Fila «Ri-nascita.  Una rilettura del presepe di Greccio»  (2017)

Nella colluvie di titoli che ogni anno escono su Francesco d’Assisi, il volume di Raniero Cantalamessa Francesco d’Assisi. Il genio religioso e il santo (Milano, Ancora, 2018, pagine 207, euro 19,50) si impone con peculiarità che lo rendono prezioso. E i motivi si ricollegano alla biografia stessa dell’autore e alla sua triplice, singolare identità: uno storico del cristianesimo primitivo, cresciuto alla scuola di Giuseppe Lazzati, che ha vissuto la ricerca accademica e conosce tutti i segreti del mestiere; un francescano, che vive esistenzialmente nella sequela dell'esperienza cristiana di Francesco; un predicatore, che sa comunicare con efficacia il contenuto che vuole trasmettere. Ai tre dati si aggiunga il fatto di essere cappuccino e marchigiano, con le particolarità del rigorismo, persino del radicalismo di questa riforma cinquecentesca dell’Ordine e di quella regione (patria, fra tanti, di Corrado da Offida e di Pietro da Fossombrone, poi divenuto Angelo Clareno), e al tempo stesso di appartenere a una famiglia che dispone di un agguerrito istituto storico, che ha annoverato figure come Mariano D’Alatri e Servus Gieben (e il ricordo di appena due nomi serve solo a evocarne silenziosamente tanti altri, altrettanto meritevoli). Sono tutte premesse che rendono il volume di padre Cantalamessa un unicum, ove la comprensione storica del personaggio nulla detrae alla sua lettura spirituale, in un rispetto reciproco che, nella diversità dei percorsi, segna un mutuo arricchimento.

I quindici testi che compongono il volume non sono raggruppati tematicamente ma seguono la successione cronologica di pubblicazione, fra il 1982 e oggi (il primo articolo, inedito in italiano, è il più recente), riflettendo il personale percorso di approfondimento dell’autore. I soggetti sono diversi (la ricchezza, la pace, il Cantico delle creature, il rapporto con Chiara, l’umiltà, il creato, il presepio), come diversi sono gli uditori e le circostanze in cui i testi hanno avuto origine: discorsi, meditazioni e omelie (a francescani, a vescovi, alla Casa pontificia, a ricchi businessmen americani) ma anche presentazioni e prefazioni a volumi e un articolo di giornale. Da questa multiformità, di contenuti ma anche di circostanze e occasioni che hanno dato origine ai testi e quindi di stile e di estensione, emerge però un’immagine di Francesco unitaria, netta e definita, di irresistibile forza. Non il Francesco agiografico (che spesso degenera nell’oleografico) né il Francesco profetico, brandito dagli uni contro altri, siano gli Spirituali contro i Conventuali o i protestanti e gli anti-istituzionali di tutti i tempi contro la Chiesa cattolica (un bel libro di Chiara Mercuri nel 2016 ha presentato, con accorta e avvincente efficacia, la più autentica vita di Francesco come «la storia negata», quella di «nos qui cum eo fuimus» contrapposta a quella di Tommaso da Celano e di Bonaventura). Non «il Francesco che abbiamo divulgato spesso nella Chiesa e nella cultura: il Francesco che interessa tutti — poeti, letterati, ecologi —, ma che non interessa più Dio» che lo ha inviato per una missione precisa.

Al di là delle contrapposizioni, il Francesco più vero, secondo Cantalamessa, è invece il Francesco delle lacrime (divenne cieco per il troppo piangere e un’antichissima immagine di Greccio, perduta in un incendio ma nota per una copia, lo ritrae con un fazzoletto in mano, per asciugare gli occhi) perché ha penetrato il cuore di Dio, il mistero della sofferenza di un Padre per la sua creatura che lo rifiuta e si perde; è il Francesco che si commuove davanti all’«umiltà dell’incarnazione» e alla «carità della passione». Questa è la sostanza, la radice, il tronco; tutto il resto (il senso della natura, l’amore per la pace e per la fraternità fra gli uomini) sono solo i frutti, le espressioni esteriori. Così facendo, come nessun altro («un santo unico» lo definiva Joseph Lortz), «Francesco ha ridato “carne e sangue” ai misteri del cristianesimo», sempre minacciati dal rischio di essere «disincarnati» e ridotti a puri concetti e dogmi nelle scuole teologiche e nei libri. Così facendo quel figlio anomalo di un mercante umbro ha ripresentato Cristo, divenendo lui un «alter Christus», come sua perfetta imitazione. Perché Francesco non ha voluto fare altro che «vivere secondo la forma del santo Vangelo» e le stimmate altro non sono che il sigillo finale che autenticava la sua perfetta conformità a Cristo. «Se si prescinde da Cristo, si svuota di senso la figura di Francesco. Tutto in lui diventa, in certo senso, falso. Sarebbe impossibile considerarlo un genio religioso, dal momento che tutta la sua vita riposerebbe su un equivoco, su un credere di essere ciò che non si è. La sincerità dell’intenzione non basterebbe a riscattare la non-verità della sua vita. Francesco d’Assisi non sarebbe una figura molto diversa da quella di Don Chisciotte».

Invece nessuno, nella bimillenaria tradizione cristiana, ha con tanta semplice e forte determinazione voluto imitare Cristo. Francesco si esprime tutto e solo nell’imitazione di un modello: in altre parole la sua «originalità si manifesta sub contraria specie, attraverso il suo contrario che è l’imitazione». Tutto il resto discende da questo punto, di partenza e di arrivo. Cantalamessa attinge con larghezza a fonti diverse, ufficiali e non ufficiali, esterne e interne all’Ordine, da Tommaso da Celano a Bonaventura, dai Tre compagni allo Speculum perfectionis, dai Fioretti a Giacomo da Vitry, ad Angela da Foligno, perfino a Dante. Ma preferisce gli scritti stessi di Francesco (il Francesco che predica, non quello predicato) e in particolare il Testamentum, «lo specchio più fedele della sua anima, il documento più libero da condizionamenti esterni e che meglio rivela il suo spirito e il suo messaggio». L’approccio è tutt’altro che naïf, perché il cappuccino conosce bene la storiografia anche più recente (ricorda e apprezza, in modo particolare, Raoul Manselli). Ma è soprattutto l’esperienza dello storico del cristianesimo primitivo a permettere a Cantalamessa di cogliere le analogie fra le primissime comunità dei seguaci di Gesù e i primi francescani, «carismatici itineranti», «fratelli di tutti, nemici di nessuno, compagni degli ultimi».

Personalmente trovo molto felice il secondo capitolo, su Francesco angelo del sesto sigillo, meditazione dettata ai vescovi italiani ad Assisi nel marzo 1982. Ma in realtà tutti gli scritti vanno letti con attenzione, cogliendo l’insistenza su alcuni temi che ritornano: la costante devozione del santo per il segno del Tau (che assume senso alla luce di Ezechiele 9, 1-7); il «facere poenitentiam» (così diverso dal fare penitenze) come sostanza della vita di Francesco che rinvia alla «metanoia» neotestamentaria; Francesco che cambia la Chiesa e la società senza volerlo, perché non critica nessuno se non se stesso; la povertà non asceticamente fine a se stessa ma come adesione a Cristo (ci si innamora di una persona, non di una virtù). E si potrebbe continuare a lungo.

Nella copertina del volume è riprodotta l’immagine di Francesco su una parete del Sacro Speco di Subiaco, testimonianza di un incontro fra esperienze religiose diversissime (l’antico monachesimo e i nuovi Ordini mendicanti) ma dalla scaturigine in fondo comune. È una delle prime rappresentazioni del santo, probabilmente anteriore alla canonizzazione (16 luglio 1228), sicuramente precedente e lontana dalle elaborazioni agiografiche. «Frater Franciscus» (come recita la legenda), con una lieve barba bionda, il cappuccio in testa, la mano sul costato e sulla tonaca grigia, guarda chi osserva e sembra interrogarlo con occhi profondi e penetranti: «Perché guardate me? Rivolgetevi piuttosto a Colui che per tutta la vita ho amato, cercato e imitato». Il volume di Cantalamessa ha la freschezza e la bellezza di quell’immagine sublacense. E alla fine del libro vien da pensare che la lettura più «spirituale» (non devozionale) di Francesco sia anche quella più storicamente vera, in definitiva l’unica possibile.

di Paolo Vian

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24 marzo 2019

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