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L’uomo
del giovedì

· Quando a Berlino finì il ’900 ·

Il 9 novembre 1989 cadde di giovedì, e questo forse spiega tutto. Mikhail Sergevic Gorbaciov quel giorno aveva 58 anni. Era divenuto segretario generale del partito comunista dell’Unione Sovietica quattro anni prima, in un’età che il Pcus all’epoca riservava ai dirigenti più in vista del Komsomol, la gioventù bolscevica. Lui invece aveva scalato il girone dei seniores con almeno un quarto di secolo di anticipo sui tempi canonici. La cosa lo aveva facilitato sulle prime, perché la nomenklatura gerontocratica lo riteneva un giovanotto influenzabile da manovrare nelle trame opache del Cremlino. Invece lui aveva fatto capire subito che i suoi non erano denti di latte. Se ne accorse quando era ormai troppo tardi Andrei Gromyko, potentissimo ministro degli esteri e suo primo mentore: fu anche il primo a essere defenestrato.

L’anagrafe, un aspetto più dinamico dei suoi colleghi del Politburo, una moglie dal sorriso accattivante e una conoscenza non solo scolastica dell’inglese avevano fatto di questo attor giovine piazzatosi al centro del palcoscenico quasi il prediletto di un Occidente stanco della generazione brezhneviana. Persino Margaret Thatcher, da cui Gorbaciov si recò poco dopo l’elezione, lo definì businesslike e complimento migliore, se fatto dalla principale esponente del mercantilismo britannico applicato alla politica internazionale, non poteva giungergli. (Sia detto per inciso: la Regina Elisabetta invece tenne il punto, perché Gorbaciov era successore diretto di quei bolscevichi che a Ekaterinburg gli avevano fucilato il cugino Nicola II, e non lo volle nemmeno ricevere).

Ci fu chi, in preda all’entusiasmo, lo considerò colui che avrebbe superato il bolscevismo. Una sorta di socialdemocratico, insomma, ma l’ipotesi era rassicurante quanto assurda. Gorbaciov era un autentico figlio del suo mondo, solo che si rendeva conto che la stagnazione dell’epoca brezhneviana stava distruggendo il comunismo e la stessa Unione Sovietica. Urgeva un cambiamento, basato su una duplice mossa: distensione all’esterno, rafforzamento economico interno. Che poi era quello che aveva fatto Lenin agli albori della Rivoluzione: pace di Brest-Litovsk e Nuova politica economica.

All’interno il Cremlino avviò la Glasnost e la Perestrojka: trasparenza nei processi politici e sociali più ristrutturazione del sistema. All’esterno Parigi, Londra, Berlino e Roma furono blandite con il richiamo a una «casa comune europea». Soprattutto: si decise di chiudere con un ritiro mutuo e totale la questione annosa degli euromissili, mentre si tentava di inoculare nel corpaccione dell’esangue economia sovietica qualche timido germe di libera impresa.

Ora, la Nep era stata un fallimento e la pace di Brest-Litovsk aveva portato alla cessione dell’Ucraina, vero e proprio cortile di casa della Santa Madre Russia. L’infausto precedente era sicuramente noto a Gorbaciov, ma non lo spaventava. O meglio: lo spaventava, ma lui era deciso a correre il rischio. Perché lui amava veramente l’Unione Sovietica, e per essa avrebbe fatto tutto, anche a costo di metterne a repentaglio l’esistenza stessa. Il vero amore è questo. Il destino lo avrebbe accontentato.

Per capire fino in fondo il suo dramma (perché la figura di Mikhail Sergevic Gorbaciov è anzitutto figura drammatica) non si può che partire da un assunto. Proprio il suo essere venuto al mondo nel 1931 faceva di lui il primo segretario generale del Pcus a essere nato e cresciuto in un ambiente tutto bolscevico, senza reminiscenze di sorta dell’epoca precedente. La vecchia guardia comunista che lui aveva mandato in pensione, invece, aveva memorie indirette ma molto chiare di ciò che c’era stato prima, e quindi forse ci sarebbe stato di nuovo. Ragion per cui aveva un rapporto con il bolscevismo totale ma disincantato, mentre lui lo aveva solamente totale. Insomma, la stessa vicenda immaginata da Chesterton attorno a quel poeta di nome Lucian Gregory, il quale arriva a un passo dal suo sogno — l’essere cooptato nel Consiglio anarchico europeo con il nome in codice di Giovedì — solo per scoprire che nessuno dei consiglieri, ma proprio nessuno, crede nell’anarchia più di quanto non crederebbe in un piatto di minestra. Che tristezza, il sistema era peggio che immodificabile: era una enorme fake.

Raccontano le cronache come la sera del 9 novembre 1989, un giovedì, i Vopos di guardia al Muro di Berlino telefonassero in centrale, chiedendo se dovessero sparare sulla folla. La centrale chiese al Partito, a Pankow. Il Partito chiese al Cremlino, e così fu Gorbaciov a decidere se si dovesse rinunciare all’Impero, come Lenin aveva rinunciato all’Ucraina, o aprire una crisi internazionale dalle conseguenze probabilmente terrificanti. Scelse la prima strada, e non si può che essergliene grati. Oggi, in virtù di quella decisione, il bolscevismo non esiste più, non esiste l’Urss, la Germania è unita e al Cremlino siede un uomo che all’epoca dei fatti già lavorava per il Kgb: il potere puro che non tramonta mai. Quello che sa aspettare, ben sapendo che i regimi vanno vissuti con totalità ma anche non senza disincanto. Quanto a lui, è a tutt’oggi il politico meno amato di tutta la Russia perché ne ha fatto crollare la potenza. Ragionamento ingiusto, perché Gorbaciov, al momento delle decisioni più gravi, seppe dimostrare grandezza. E se i suoi compatrioti ingrati lo considerano una sorta di Romolo Augustolo, noi dobbiamo gridare che nossignore, non fu Augustolo, fu molto ma molto di più. Fu Giovedì.

di Nicola Innocenti

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