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L’uomo che volle
entrare ad Auschwitz

· Nel libro «The Volunteer» l’eroica azione del militare polacco Witold Pilecki ·

Mentre una dichiarazione giurata riapre il caso dell’incendio al Reichstag nel 1933

È stato uno degli eroi meno celebrati (unsung hero, lo definisce l’«Economist») della seconda guerra mondiale Witold Pilecki, militare polacco che fece l’esatto contrario di tutti coloro che allora si ritrovarono coinvolti in una situazione a dir poco tragica: cercò di entrare ad Auschwitz, mentre, comprensibilmente, gli altri volevano uscirne. Fu allora giudicato un pazzo, ma — come sentenzia William Shakespeare nell’Amleto — c’era del metodo in quella pazzia. Pilecki voleva documentarsi di persona sugli orrori perpetrati nel famigerato campo di concentramento per poi presentare alle forze alleate tutto il materiale utile a inchiodare gli aguzzini alle loro responsabilità. Ma il suo sacrificio non fu valorizzato: il suo grido d’allarme, infatti, rimase pressoché inascoltato.

Questa vicenda, che a distanza di anni ancora rattrista e ancora commuove, rappresenta il fulcro del libro, appena uscito negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, The Volunteer (New York, Custom House 2019, pagine 529, dollari 28,99) di Jack Fairweather. L’autore sottolinea che il militare polacco non solo venne a configurarsi come un testimone d’eccezione delle crudeltà inflitte ai prigionieri, ma anche come stratega, capace di organizzare un movimento di resistenza all’interno di un luogo simbolo di morte, e in cui una parola di troppo e una sussurrata delazione potevano costare l’esecuzione immediata.

Nel settembre 1940 Pilecki si fece arrestare dalla Gestapo e fu quindi tradotto ad Auschwitz. Un anno dopo, vissuto in quell’inferno, il militare riuscì a far filtrare il suo rapporto all’esterno. Il 18 marzo 1941 quel rapporto giunse sui tavoli dell’Ufficio vi dello Stato maggiore dell’esercito polacco, che lo girò immediatamente agli inglesi, i quali — come ricorda l’autore che non nasconde amaro sdegno — lo giudicarono «esagerato».

Quasi mille giorni Pilecki rimase ad Auschwitz: riuscì ad evadere nella notte tra il 27 e il 27 aprile 1943. Nuovamente sottopose al governo britannico il rapporto, questa volta ancora più dettagliato e, quindi, ancor più raccapricciante. Ma anche questa volta, si evidenzia nel libro, Londra e le forze alleate non si mossero come avrebbero dovuto.

Nel recensire il libro di Fairweather «The Spectator» rinfocola lo sdegno per quel grido d’allarme rimasto inascoltato: un grido che voleva porsi come baluardo a difesa del rispetto dell’individuo, della sua incolumità e della sua dignità. Ed evidenzia, prolungando l’eco di quel grido, come il rapporto di Pilecki, che aveva rischiato la vita per redigerlo, fell on deaf ears. Ma se le orecchie, anche per calcolo politico, vollero rimanere sorde, gli occhi non fecero altrettanto. Da più parti, all’epoca, si stavano levando denunce su quanto veniva perpetrato nei campi di concentramento e, sulla scorta di ciò, alcune organizzazioni umanitarie contribuirono a far aprire gli occhi, almeno in parte, alla comunità internazionale. Con gradualità l’azione svolta da Pilecki cominciò a essere presa in considerazione fino a essere valutata in tutta la sua importanza e grandezza. Ma tale riconoscimento fu colpevolmente tardivo. La vincenda di Pilecki richiama quella di Denis Avey, il soldato britannico, testimone volontario dell’0rrore della Shoah, che nel 1944 entrò ad Auschwitz due volte tormentato dal «bisogno di sapere». Rimase nel lager pochi giorni, ma più che sufficienti per osservare le inaudite violenze. Si era sostituito a un detenuto ebreo conosciuto sul luogo del lavoro forzato che accomunava prigionieri di guerra e altri internati. Anche il grido di Avey, che avrebbe voluto denunciare al mondo quanto aveva visto, rimase inascoltato. «Nel 1945 nessuno aveva voluto ascoltarmi» scrisse nelle sue memorie.

L’autore definisce «eccezionale» il coraggio di Pilecki: un coraggio che fu speso non solo in riferimento all’impresa di Auschwitz. Egli si prodigò infatti nel sostenere la causa del suo Paese allora sottoposto a un radicale e aggressivo processo di sovietizzazione che includeva arresti, fucilazioni e deportazioni dei resistenti polacchi appartenenti a vari movimenti patriottici. In quel contesto torbido e minaccioso Pilecki fu costretto ad agire sotto identità fittizie: una volta scoperto, fu sottoposto a un processo-farsa. La sentenza — ovvero la condanna a morte — era stata scritta ancor prima che quel processo avesse inizio. Fu giustiziato, con un colpo alla nuca, in una cella della prigione di Varsavia il 25 maggio 1948. La riabilitazione della sua figura e della sua opera è avvenuta solo dopo la caduta del muro di Berlino.

Quella Berlino che proprio in queste ore sta ricevendo una particolare attenzione dai media internazionali in virtù della notizia secondo cui una dichiarazione giurata, pubblicata dal notaio tedesco cui era stata affidata tanti anni fa, confermerebbe uno storico sospetto: furono i nazisti a dare fuoco al Reichstag nel 1933, usando la scusa delle fiamme che divampavano nel Parlamento per sopprimere i diritti civili e le diverse forme di libertà nel Paese. La dichiarazione era stata rilasciata a un notaio da Hans-Martin Lennings, ex militante della Sa (il primo gruppo paramilitare del partito nazista), il quale sostiene che il piromane non fu il muratore olandese Marinus van der Lubbe, che poi venne condannato a morte dai nazisti per il rogo. La testimonianza dell’ex membro della Sa scagiona il muratore olandese: «Quando lo accompagnai, il Reichstag era già stato dato alle fiamme». Il documento è stato trovato negli archivi del tribunale distrettuale di Hannover. Con la testimonianza di Lennings riprende quota la tesi, già ampiamente accreditata in passato: furono i nazisti ad appiccare l’incendio. Il mandate del rogo, anche in questo caso gli storici generalmente concordano, sarebbe stato Hermann Goering.

Tuttavia c’è chi rileva che il mistero dell’incendio al Reichstag, dopo oltre 86 anni, non sia stato definitivamente risolto. Un articolo di Sven Felix Kellerhoff sul quotidiano «Die Welt» mette in dubbio non l’autenticità del documento ma le parole di Lennings I documenti top secret del Reich, custoditi a Mosca e resi noti solo gli inizia degli anni Novanta, raccontano di come Van der Lubbe avesse tentato di dare fuoco a tre edifici diversi: un’azione pensata per portare i lavoratori tedeschi alla rivolta. E gli stessi documenti top secret dicono che il giorno dell’incendio il muratore olandese fosse stato visto mentre comprava quattro pacchi di carbone. 

di Gabriele Nicolò

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14 dicembre 2019

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