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L’uomo che visse due volte

· «Lazzaro e la sua amata» di Kahlil Gibran ·

Carolyn Hall Young,  «Prayer for the Beloved: Khalil Gibran» (2016)

«Ma che genere di amante sono — scrive C.S. Lewis nelle bellissime, accorate pagine di Diario di un dolore, parlando di sua moglie Joy Gresham — se in cima ai miei pensieri, molto prima di lei, metto la mia afflizione? Anche quel folle grido: “Ritorna!”, l’ho lanciato pensando a me. Non mi è mai venuto in mente di chiedermi se un tale ritorno, ammettendo che fosse possibile, sarebbe un bene per lei. Io la rivoglio come ingrediente della restituzione del mio passato. Potevo augurarle qualcosa di peggio? Tornare indietro, dopo aver conosciuto la morte, e in un momento futuro dover ricominciare daccapo a morire? Stefano è detto il protomartire. Ma a Lazzaro non è toccato di peggio?».

La sorte del fratello di Marta e Maria di Betania è al centro dell’atto unico Lazzaro e la sua amata del poeta maronita Kahlil Gibran, libanese di nascita e americano di adozione, edito dalle Dehoniane nella traduzione di Fabrizio Iodice (Bologna, Edb, 2018, pagine 62, euro 7,5). «Ma perché, tra tutti gli uomini, proprio io dovevo fare ritorno?».

Le parole di Lazzaro sono intrise di un profondo rammarico. Il gesto di Gesù che gli ha restituito la vita terrena gli ha in realtà chiesto un ulteriore sacrificio. Ritornare dalla morte significa per Lazzaro rinunciare al più grande amore della sua vita, scoperto e vissuto solo nell’intensa gioia del mondo oltre il tempo e oltre lo spazio.

In quel breve viaggio, prima di essere richiamato dalla voce del Messia, ha incontrato «l’amore stesso che abita nel cuore del bianco silenzio» e ritornare nel mondo dei vivi, essere allontanato dal cuore di Dio, gli procura un grande rimpianto, come il brusco risveglio dopo un piacevole sogno.

Con un colpo di teatro tanto semplice quanto efficace, Gibran rovescia una delle più celebri pagine evangeliche e costringe a riflettere sul rapporto tra l’insospettabile gioia che Lazzaro ha sperimentato nell’aldilà e l’“egoismo” di chi, dopo che è stato strappato dal sepolcro, cerca di ancorarlo di nuovo alla terra con parole umane, troppo umane.

Per lui il tempo non esiste più: «Veramente sono stato più di un solo momento tra le colline?» dice alle sorelle.

«Tre giorni? Tre secoli, tre eoni! Il tempo intero (…) dopo migliaia e migliaia di primavere sono stato mutato in questo inverno».

Perfino la sua casa, nota Bianca Garavelli nell’introduzione Un’armonia perfetta tra tempo ed eternità, è diventata come una tomba; le persone che lo circondano secondo lui sono troppo legate alla terra, troppo «schiave le une delle altre».

Attraverso questo originale cambio di prospettiva, Gibran in realtà mette in poesia il suo congedo dalla vita terrena. Aveva quarantasei anni quando l’atto unico Lazzaro e la sua amata fu letto a un pubblico ristretto.

Gli eventi importanti della sua vita erano già accaduti. L’interesse mondiale per Il profeta andava crescendo, ma l’autore sapeva di essere prossimo a morire.

La preoccupazione per il proprio destino è evidente in questo dramma in cui l’autore riflette sulla morte e ne è infine completamente sedotto. Attraverso il personaggio biblico di Lazzaro, il poeta di Bisharri fa i conti con la propria fine imminente, e ritrae se stesso in modo enigmatico e sfuggente, con un finale a sorpresa che rende omaggio al «primo dei martiri, e il più grande di tutti», il fratello di Marta e Maria, che ha avuto una doppia razione di vita rispetto agli altri esseri umani, ma anche una doppia dose di morte e una nostalgia del Cielo centuplicata rispetto a chi non ha fatto la sua stessa esperienza.

di Silvia Guidi

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20 agosto 2019

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