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L’uomo che spingeva
a guardare lontano

· Lettere e incontri con il domenicano Chenu ·

Chi è Dio? «Non un concetto, delle proposizioni, un sistema di pensiero, ma Colui nel quale riconosco il tutto della mia vita, l’oggetto beatificante della mia felicità», rispondeva Marie-Dominique Chenu, il grande domenicano che possiamo oggi riscoprire nelle pagine di La teologia è sapienza. Conversazioni e lettere (Brescia, Morcelliana, 2018, pagine 265, euro 21), dove il teologo di Acireale Antonio Franco rende pubbliche le conversazioni e gli scambi epistolari con l’indimenticato maestro.

Il domenicano Marie-Dominique Chenu

Il volume è prezioso, semplice e rigoroso come ha da esser la buona teologia: un servizio alla fede che, raccogliendo le sfide contemporanee, libera le energie della Parola e della Tradizione. In particolare, attraverso Chenu, Franco ci fa gustare san Tommaso, manifestandone l’insuperabilità pur senza renderlo un totem né un feticcio, come quando si brandiscono gli autori del passato per rimuovere la responsabilità di pensare al presente.

Storico della teologia e docente all’Istituto teologico domenicano francese Le Saulchoir, padre Chenu (1895-1990) è stato uno dei teologi ispiratori del Concilio Vaticano II, con un ruolo centrale nell’approvazione della Costituzione pastorale Gaudium et spes. Innamorato dell’Aquinate, Yves Congar scrisse che per lui la teologia è fede che opera all’interno dell’intelligenza discorsiva umana. Ed effettivamente nelle pagine curate da Franco è dirompente «l’appetito di intelligibilità» che, con Tommaso, Chenu sostiene essere strutturale alla fede stessa: cercare con tutte le risorse del conoscere le ragioni dell’operato di Dio e ottenere così un’intelligenza “dall’interno” del suo mistero. Fides in statu scientiae.

Eppure non è tutto: «È il primo Chenu», dice di sé il maestro. E il discepolo: «Ma lei cosa pensa di questo primo Chenu, esiste ancora oggi?». Risposta: «Sì, ma un po’ relativizzato. Perché oggi colloco questa fides in statu scientiae in intrinseca relazione con l’attualità della parola di Dio, di modo che, anziché analizzarla assolutamente, la pongo in riferimento alla Chiesa di oggi. Ciò introduce un certo relativismo. Io sono un po’ più relativista riguardo alle forme dogmatiche».

Affermazioni che fecero e fanno tremare qualcuno. Confidenze private, debolezze di un pensatore cristiano? O piuttosto avanzamento, approfondimento, consolidamento nel dato rivelato? «Ho introdotto la storicità», dice Chenu. Nel primo momento «la ragione teologica operava sui principi, pervenendo a delle conclusioni, utilizzando il sillogismo. Essa procedeva in maniera intemporale; la forza dell’attualità non giocava alcun ruolo. Prenderla in conto ha conferito un nuovo equilibrio alla mia riflessione teologica».

Osserva Franco: «Lei scrive che l’oggetto della fede e quindi della teologia ci viene proposto in proposizioni dogmatiche, ma in quanto esse veicolano la percezione mistica della realtà di Dio». E Chenu scongela l’idea di dottrina, collocandosi ormai dentro la viva fede del popolo di Dio, per cui «nel misticismo c’è realismo. Al contrario, se non c’è misticismo il dato — le verità di fede — sono delle enunciazioni vere ma astratte». Qui misticismo significa fede storicamente e intimamente vissuta, nella Chiesa: «I tomisti, a volte, si sono orientati verso un intellettualismo piuttosto sommario, ma bisogna sottolineare che in san Tommaso l’intelletto è un intelletto trasformato dalla volontà e dall’amore». Il dogma è quindi «un’espressione particolare della fede, la fede è più radicale del dogma; il dogma è un enunciato — enuntiabilis. La percezione in comunione con la parola di Dio nell’atto della fede è preliminare».

Nel libro, così, amore diviene parola fondamentale, senza cedimenti spiritualistici o sentimentali. Per il domenicano l’amore «satura», «spinge», «sollecita» le facoltà umane, «tende verso la speranza» e quindi mobilita, libera, rende audaci. «Poiché l’amore è più grande, non è soltanto un eccitante, ma entra nella conoscenza come una transustanziazione psicologica». Esso imprime nella conoscenza un’insaziabile tensione verso l’oggetto amato: «Il riflusso nell’intelligenza di questo amore, insoddisfatto perché non ha raggiunto tutta la realtà dell’amato, innalza la luce della fede verso una apprensione dell’Ineffabile». E audace divenne, in effetti, Tommaso d’Aquino: «Era certo paradossale per la sensibilità cristiana ricorrere a una filosofia che non considerava il trascendente come oggetto. Ma la decisione aristotelica di san Tommaso veniva a servire, nella sua teologia», un vangelo «nel quale l’incarnazione è la via di accesso all’intimità di Dio». Realismo, terrestrità: «Non c’è la creazione, e poi al di sopra l’incarnazione. L’incarnazione è all’interno della creazione. La creazione trova la sua realizzazione per il fatto che Dio stesso, avendoci fatto con questa autonomia, viene anche lui dentro come uomo».

Il teologo è allora «colui che osa dire umanamente la Parola di Dio. Avendo ascoltato questa Parola, egli la possiede. Diciamo più esattamente: essa lo possiede, a tal punto che egli penserà per essa e in essa». È un’operazione sempre in corso, mai ripetitiva, irriducibile a una scuola o a un’epoca idealizzata: «Io sono tomista? Sono tomista ma ci sono altri mondi. Relativizzo il tomismo». Quando, infatti, la vita di Dio «si fissa mediante un radicamento nel tessuto stesso del nostro spirito» — incarnazione della verità divina in noi, habitus — allora sia il vivere sia il pensare divengono liberi, limpidi. «Questo è molto importante. La parola latina habitus è molto forte». Chenu confida al discepolo: «Il punto dove mi separo un po’ da san Tommaso è che sempre più, specialmente negli ultimi scritti, pongo la praxis fidei come luogo teologico. L’esperienza, la vita concreta, la fede vissuta nella vita quotidiana è il luogo teologico».

Nel libro è evidente quanto Antonio Franco avverta la pertinenza di questa svolta. Il secondo Chenu, a quasi trent’anni dalla morte, ha predisposto le chiavi teologiche per un risveglio della nostra presenza missionaria e per un ritorno della Chiesa alle proprie origini. Temi cruciali nel cambio d’epoca. Osserva l’autore, rilanciando il Concilio: «Per Chenu, l’incarnazione del Verbo deve continuare nel tempo per la testimonianza della Chiesa, che non deve mirare a costruire una società cristiana: essa è chiamata a discendere e ad accogliere i valori presenti nella realtà terrestre, nel loro spessore immanente, perché le loro aperture alla verità (...) incontrando la luce del vangelo si realizzino pienamente».

Ciò significa che «non è solo in politica che bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare: è in ogni settore dell’intelligenza e delle attività umane. Dappertutto la grazia perfeziona la natura, cioè lungi dall’alienarla, la ridona a se stessa e al gioco delle sue energie». La teologia — spiega Chenu — al tempo di Marx insisteva tanto sulla dipendenza dall’Essere supremo, e l’uomo era solo uno strumento nelle mani di Dio: il deismo. «Al contrario io affermo che Dio, in quanto creatore, può far sì che un altro sia, in un certo modo, se stesso e autonomo rispetto a Lui. E questo è il mistero della creazione (...). Sono autonomo nella gestione dei doni ricevuti. Sono tanto autonomo che la dipendenza crea in me l’iniziativa di progettare la mia vita. Io stesso sono provvidenza della mia vita. Sono io la mia provvidenza e al tempo stesso la provvidenza di Dio. La provvidenza di Dio non esiste se non è la mia». Qui si fonda la responsabilità del teologo, del cristiano e, ultimamente, di ogni essere umano.

Secondo Franco, questo dunque è stato Chenu per chi l’ha incontrato e conosciuto: un uomo che incoraggiava «a guardare lontano, con gli occhi grandi della fede».

di Sergio Massironi

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20 agosto 2019

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