Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

L’uomo che piacque a Dio

· Enoch nella tradizione orientale ·

L’inizio del periodo della quaresima, preceduto nella tradizione bizantina da quattro domeniche, induce a riflettere su aspetti determinanti della vita cristiana. Le pagine evangeliche sono una grande catechesi che dovrebbe portare di fronte al dono di Dio: la misericordia, il perdono. Nella prima delle domeniche precedenti il tempo quaresimale è stato letto il vangelo del fariseo e del pubblicano; nella seconda quello della parabola del figlio prodigo; la terza porta i fedeli a misurarsi con l’atteggiamento più cristiano, cioè l’incontro con il Cristo povero, malato, prigioniero, attraverso la parabola del giudizio finale; la quarta domenica indica infine il cammino del digiuno e della preghiera nella verità, e introduce così nella Grande quaresima, che condurrà alla vera umiliazione ed esaltazione del Signore, quella della Pasqua.

Come sempre, le parole evangeliche sono vitali. Nelle tradizioni dell’oriente cristiano il Vangelo viene infatti chiamato non soltanto «vivente», cioè annunciato e vivo nella vita delle Chiese cristiane, che viene annunciato da loro, ma anche «vivificante», che dà cioè la vita a quanti lo ascoltano, lo leggono, lo accolgono facendone carne e vita. Il contatto con la sacra Scrittura nella vita di ogni cristiano deve far parte dell’essere cristiani, cioè della cura della propria vita in Cristo.

Il periodo quaresimale favorisce questo contatto attraverso la lettura continua dei libri della Genesi e dei Proverbi durante l’ora del vespro e di Isaia all’ora sesta. La lettura quotidiana della Scrittura dovrebbe far parte della vita cristiana, anche se questo non è sempre facile, sia per la debolezza umana sia perché i testi non sempre sono facili, e a volte, almeno in apparenza, forse anche noiosi, difficili. Ma anche da questi i Padri e le tradizioni delle Chiese cristiane traggono insegnamento e anche nutrimento. Penso per esempio agli elenchi dei patriarchi nel libro della Genesi, a un primo sguardo — e bisogna ripeterlo, in apparenza — senza un interesse speciale. In apparenza, perché è possibile quasi sempre trovarvi delle perle che diventano parola di Dio che porta la salvezza, rinnova come persone e come cristiani.

Nel quinto capitolo della Genesi figura la lista dei patriarchi discendenti di Adamo e tra questi la presentazione della figura di Enoch, un personaggio di cui si parla ben poco nella sacra Scrittura: soltanto undici volte e ripetendo sempre la stessa espressione, e cioè «che piacque a Dio» e non morì; lo stesso si dice del profeta Elia, anche lui preso da Dio. La letteratura biblica apocrifa e l’iconografia bizantina collocano Enoch alla porta del paradiso assieme a Elia, in attesa di incontrare e accogliere il buon ladrone, mentre Cristo scende negli inferi.

Il testo che parla di Enoch (Genesi, 5, 21-24), dice per ben due volte che «piacque a Dio» oppure «che fu trovato buono da Dio». Alcune versioni bibliche presentano una traduzione interessante; in alcune di esse si dice infatti che «Enoch camminò con Dio» e che «per questo Dio lo prese». Anche altre traduzioni vanno in questo stesso senso: per indicare cioè che un uomo è «grato» o «buono» e «che piacque» a Dio si dice che «camminò con Dio».

All’inizio della Grande quaresima bisogna chiedersi cosa significhi «camminare con Dio». Questa bella espressione biblica vorrà dire soprattutto — specialmente in questo tempo liturgico appena agli inizi — vivere nella propria vita la chiamata alla conversione, alla metànoia, nel senso più letterale e forte del termine: cioè cambiare, rinnovare il nostro pensiero, il nostro agire, il nostro essere.

Per i cristiani la conversione alla quale si è ogni giorno chiamati dal Signore è in primo luogo un dono, qualcosa che ci viene dato da lui. Nessuno può tornare a Dio con le proprie forze: «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Giovanni, 6, 44). Dio, però, non attira se non nella misura in cui ognuno lo cerca e desidera di trovarlo. I Padri dicevano che Dio può tutto, eccetto forzare l’uomo ad amarlo. Vedere la conversione come un dono vuol dire ricominciare ogni giorno, accettando che lo stesso iniziare di nuovo è dato da Dio.

A causa del peccato, l’uomo si vede allontanato dalla santità di Dio, dalla luce di Dio; abita nelle tenebre della disperazione; ma è proprio quest’uomo peccatore che Cristo invita a tavola oppure — per sottolineare ancora di più il dono della conversione, come nel caso di Zaccheo — addirittura a casa, dove il Signore si invita a tavola. È importante notare nel vangelo di Zaccheo come sia il Signore stesso a invitarsi a pranzo, a far dono di se stesso. La conversione come dono fa vedere e vivere la povertà propria dell’uomo e l’immensa ricchezza del dono di Dio.

Cristo descrive la situazione dell’uomo, di colui che è oggetto del dono della conversione, come quella di uno straniero che cadde nelle mani dei ladri, che lo spogliano, lo derubano, lo picchiano. E soltanto in questa situazione l’uomo può far l’esperienza della gratuità del buon samaritano, del dono di Dio, che lo rialza, lo carica e ne ha cura; non gli fa delle domande, non chiede niente, soltanto dà. Di questa povertà in cui si è chiamati a vivere il cammino di conversione come dono la stessa quaresima diventa una saggia pedagoga. In questo tempo nella liturgia bizantina non si celebra la Divina liturgia nei giorni feriali fino al sabato e alla domenica, anticipo e dono allo stesso tempo della comunione col risorto nella Pasqua. Il mercoledì e il venerdì viene invece celebrata la liturgia dei Doni presantificati per sottolineare che la forza per il nostro cammino quaresimale viene dal Signore nel suo corpo e nel suo sangue santificati, consacrati il giorno di domenica, che è la Pasqua della settimana.

La conversione, la metànoia, allora, accolta liberamente come dono divino, diventa il mezzo offerto per il quotidiano «camminare con Dio». Non è infatti uno scopo, una finalità, ma un mezzo che porta verso Cristo, che dà l’opportunità di camminare con Dio. Il desiderio e la speranza di conversione, di metànoia, si manifestano durante la quaresima con una serie di pratiche offerte dalla vita della Chiesa: digiuno, preghiere, contatto più assiduo con la sacra Scrittura, in particolare le letture bibliche continue già accennate; le stesse «prostrazioni» come gesto esteriore che esprime un atteggiamento interiore di cambiamento, di umiltà, ma soprattutto di configurazione piena con colui «che spogliò se stesso» e «umiliò se stesso» (Filippesi, 2, 7-8).

È importante sottolineare questo legame, che non si può mai spezzare, tra l’uomo interiore e l’uomo esteriore, quello che si vive e si fa all’esterno con quello che si vive e si fa nel profondo del cuore. A imitazione del Verbo di Dio, che si incarnò veramente: nella lettera ai Filippesi ai verbi «spogliò» e «umiliò» corrispondono forme molto forti come «assumendo», «divenendo», «facendosi», che sottolineano la vera umiliazione di Cristo. La prima eresia cristologica fu quella del docetismo, del rifiuto della vera incarnazione di Cristo. In questo senso la conversione, la metànoia, è da vedere come mezzo per configurarci ancora con Cristo.

Questo legame tra interiore e esteriore, tra quello che si dice, quello che si fa e quello che si pensa, viene sottolineato da una bellissima preghiera di sant’Efrem. All’atteggiamento esteriore del corpo — la metànoia fino a terra — corrisponde la preghiera al Signore per una vera metànoia anche interiore, cioè «vedere i miei peccati e non condannare il mio fratello».

Enoch «camminò con Dio», fu trovato buono da Dio. Nel testo siriaco della versione biblica conosciuta come Peshitta viene usata una forma che permette di tradurre: «Enoch fu bello per Dio»; è un termine siriaco che indica la bellezza totale, non soltanto quella esterna e neppure soltanto quella interna; dunque tutto l’uomo che diventa «bello», a immagine di colui, Cristo, che è, come dice il salmo 44, «il più bello tra i figli dell’uomo».

All’inizio del cammino quaresimale Adamo ritorna nel paradiso, o piuttosto lasciandosi portare dal Signore, come si legge nella Scrittura (Genesi, 2, 8): «Il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden». Per questo nell’iconografia e nei mosaici bizantini Cristo porta per mano Adamo verso il paradiso.

In questo cammino la Chiesa ripete ogni giorno, diverse volte, la preghiera di sant’Efrem: «Signore e sovrano della mia vita, non darmi uno spirito di pigrizia, d’indolenza, di superbia, di vaniloquio. Dà a me, tuo servitore, uno spirito di sapienza, di umiltà, di pazienza e di amore. Sì, Signore e re, dammi di vedere i miei peccati e di non condannare il mio fratello, perché sei benedetto nei secoli». La tradizione bizantina ama ripetere questa preghiera, quasi lasciandola cadere sui fedeli per scandire tutto il cammino quaresimale.

«Signore e sovrano della mia vita», «Signore e re»: la preghiera mette al centro della vita Dio, il Signore, come colui che ne è signore, come colui che ne è fonte di speranza, soprattutto fonte di fiducia: Adamo, cioè l’uomo, non rimane seduto alla soglia del paradiso, ma si lascia portare dal Signore. Quando si ripete: «Signore e sovrano della mia vita», si riconosce in lui la fonte di questa vita e si rinnova la fiducia in lui che nel vangelo (Matteo, 11, 28-29) ha detto: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore».

di Manuel Nin

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE