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L’universo in un nome

«Il nome di Maria. Mi piace molto pensare — spiega Alessandro Zaccuri ad Anja Boato parlando del suo ultimo libro, Nel nome (Milano, Enne Enne editore, 2019, pagine 163, euro 14) — che alle parole del cristianesimo appartengano alcuni nomi propri, tra i quali spicca questo, che non è solo il nome della Madre, ma anche quello della Maddalena, della sorella di Lazzaro, di tante altre donne che appaiono fugacemente nei Vangeli, nelle leggende devote, nei classici della letteratura. Lo sa, per esempio, che anche la moglie del capitano Achab si chiamava Mary?».

Una scena tratta dal film «West Side Story»  diretto da Jerome Robbins e Robert Wise nel 1961

C’è anche Moby Dick, ci sono anche Starbuck e il Pequod in questo testo ricco e composito, a più strati, che intreccia generi letterari e stili diversi, riferimenti alla cultura pop della Milano da bere degli anni Ottanta del Novecento, le etimologie “creative” e spericolatamente fantasiose degli esegeti medievali, versi tratti dai big della poesia di tutti i tempi, pagine di diario, storie di ordinaria disperazione intercettate per caso su un treno o in mezzo al traffico nell’ora di punta. Il tutto fuso in un ipnotico, ammaliante flusso di coscienza.

Il lettore che si lascerà condurre per mano fra le pagine di Nel nome, e che si lascerà raggiungere e sommergere — senza fare troppa resistenza, cercando di razionalizzare tutto e subito — da questa rigogliosa vegetazione di immagini, simboli e segni si accorgerà ben presto che le citazioni non sono mai accessorio decorativo, sterile esibizione di cultura o (peggio) sfoggio di stucchevole sensiblerie ma tappe che segnano un percorso ben preciso.

Vasto, complesso, ricchissimo di digressioni, riflessioni, commenti collaterali, ma a suo modo rigoroso e diretto da coordinate precise.

Una sorta di personalissimo esperanto letterario coniato dall’autore su misura per il tema trattato, che progressivamente siamo invitati ad imparare come gradualmente si impara, da adulti, una lingua straniera. Per salti improvvisi, per similitudini o distanze, attraverso strade che vengono tracciate camminando, impossibili da prevedere e decidere a tavolino prima del viaggio.

Maria è un nome segreto, «un gioiello fuori dal tempo» scrive Zaccuri nel suo libro. E di conseguenza «mettersi sulle tracce di un nome è sempre un’avventura, non esistono mappe né percorsi prestabiliti».

Non esistono mappe, ma ci sono comunque suggerimenti di percorso e pietre miliari da cui non si può prescindere. A ben guardare, infatti, l’autore segue un itinerario che è già suggerito dalla struttura stessa dell’appellativo femminile più amato dai cristiani, il nome della Madre di Gesù: «Ma-donna» viene dal latino mea domina, mia signora, presenza divina misteriosamente presente nella vita di chi la invoca. Nuestra Señora, Notre-dame, Our Lady, mia e nostra signora.

Per questo è legittimo — anzi, in un certo senso doveroso — personalizzare il più possibile l’esperienza del suo nome, sulla scia del mutuo, doppio affidamento di Gesù sulla croce che ha segnato per sempre il rapporto tra Maria e la Chiesa, abbattendo ogni artificiale distanza, ogni estraneità mascherata da timore reverenziale: «Donna, ecco tuo figlio», «Figlio, ecco tua madre».

Ma-donna, mea domina, mia signora, mia mamma; dalle litanie mariane ai ricordi dell’infanzia il passo è breve. Giovanni, ai piedi della croce, ha (anche) il volto di ciascuno di noi. Dal flusso uniforme della prosa affiora spesso lo sguardo di una mater dolorosa che ha il nome e la voce della madre dell’autore, ritratta durante il calvario di una grave malattia, con scarna, dolente semplicità senza omettere nessuno dei particolari insopportabili che rendono così lacerante accompagnare la sofferenza di una persona amata, sentendosi ostaggio di un’impotenza paralizzante, radicale. «I nomi sono parole inspiegabili, resistenti ai significati» scrive Cesare Viviani in Preghiera del nome; frase scelta come epigrafe al volume e leitmotiv costantemente presente nel dispiegarsi di immagini, ricordi, fotogrammi nitidi di vita vissuta, o visti su un grande schermo, in una sala buia nella quiete di una serata come tante. Maria è un nome, Maria è un suono, the most beautiful sound I’ve ever heard, il suono più bello che abbia mai sentito canta Tony in West Side Story, il musical che negli anni Cinquanta trasportava la tragedia di Romeo e Giulietta alla periferia di New York, inscenando un precoce scontro di civiltà tra due gang giovanili: da una parte i Jets, dall’altra gli Sharks, che parlano spagnolo e pregano la Madonna.

«Di che cosa canta Tony mentre cammina per le strade di New York? Del suono che precede il nome: eco primordiale, chiamata. Il primo verso fa proprio così, The most beautiful sound I’ve ever heard, e subito il coro ci ricorda che quel nome è Maria». All the beautiful sounds in a single word prosegue Tony, e, ammette Zaccuri con la consueta ironia, «costa una certa fatica ammettere che un giovane proletario senza troppi studi possa formulare un concetto vertiginoso come questo del nome che contiene in sé tutti i suoni del mondo. Tony l’ha appena incontrata — I’ve just met a girl named Maria — e per lui quel nome non è più lo stesso». Ha capito quanta meraviglia può esserci in un suono; «con questo siamo già all’invocazione finale: I’ll never stop saying Maria! Non smetterò mai di pronunciare il suo nome. Come un innamorato, come un devoto che fa scorrere i grani del rosario». Le note in dissolvenza della colonna sonora di Leonard Bernstein lasciano il posto a uno dei passi più citati di Shakespeare, la meditazione sul mistero dei nomi nascosta nella celeberrima scena del balcone («Romeo, Romeo, wherefore art thou Romeo?»), per poi incrociare Borges, Giotto, il Compianto sul Cristo morto di Lippo di Benivieni, custodito in quello che Federico Zeri chiamava il piccolo Louvre della Liguria, il Museo civico Amedeo Lia di La Spezia, l’enigma delle ultime parole di Kurtz in Cuore di tenebra per arrivare infine alla Marie di Le Corbusier sulle vetrate della Notre-Dame-du-Haut. La finestra di Ronchamp si chiude su un libro che è riduttivo chiamare saggio, visto che ha già la densità e la ricchezza espressiva di un testo teatrale. Modesta proposta all’autore (e, soprattutto, all’editore): perché non metterlo davvero in scena sotto forma di monologo, Nel nome? Magari proprio per la festa del nome di Maria, il 12 settembre. O in una qualsiasi altra occasione capace di ospitare quelle «parole indomabili — scrive Zaccuri parlando di CroceVia, la collana di cui fa parte il suo libro — legate alla tradizione cristiana, che molti considerano ormai al tramonto, eppure risultano insostituibili quando si tratta di esprimere una determinata esperienza di vita». 

di Silvia Guidi

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22 agosto 2019

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