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L’unità? Non lasciamola ai dittatori

· A colloquio con il cardinale Koch ·

C’è l’incontro, c’è la preghiera, c’è la sofferenza. Manca ancora il consenso. Così il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, fotografa lo stato di salute dell’ecumenismo. In questa intervista al nostro giornale, a conclusione della settimana di preghiera per l’unità, il porporato sottolinea i progressi dell’ecumenismo della carità, dell’ecumenismo spirituale e dell’ecumenismo della sofferenza, ricordando quanto ancora c’è da fare nel campo del dialogo teologico.

Jean Guitton, «Pentecoste» (1959)

Papa Francesco ha più volte ribadito che l’unità dei cristiani dev’essere «una priorità» per la Chiesa. Come rispondete a questo invito?

Questa è l’indicazione del Vaticano II ed è la convinzione di tutti i Papi del dopo concilio, in particolare di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e ora di Francesco. Il quale conferma che ancora oggi, a distanza di cinquanta anni dal decreto conciliare Unitatis redintegratio, l’ecumenismo è di prioritaria importanza per la Chiesa. Da parte nostra, continueremo a portare avanti i quindici diversi dialoghi aperti per ritrovare l’unità con tutte le Chiese e comunità ecclesiali.

Il Pontefice ricorda spesso che il dialogo non può prescindere dall’incontro personale. Quanto incide questa dimensione nella vostra attività?

Nel movimento ecumenico si fa distinzione tra l’ecumenismo della carità e quello della verità. Quest’ultimo rappresenta il dialogo teologico necessario per approfondire tutte le questioni che hanno diviso le Chiese e serve per ritrovare un consenso sulle verità della fede. Il dialogo fraterno basato sulla carità è la ricerca della vicinanza di tutte le realtà ecclesiali ed è il fondamento di tutto l’ecumenismo. Senza questo dialogo della carità non possiamo fare un dialogo sulla verità.

di Nicola Gori

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18 settembre 2019

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