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L’Unione africana chiede ai ribelli di cooperare sulla Road map

· Minacce di Gheddafi contro un possibile intervento umanitario straniero in Libia ·

L’Unione africana ha chiesto ai ribelli libici «piena cooperazione», dopo che il Consiglio nazionale di transizione di Bengasi ha respinto il suo piano per un cessate il fuoco con le forze di Gheddafi. «A causa di una richiesta politica posta come precondizione dal Cnt per negoziare una tregua, non è stato possibile raggiungere un accordo sulla questione chiave della cessazione delle ostilità», si legge in un comunicato dell’Ua diffuso oggi da Addis Abeba. Il riferimento è all’uscita di scena di Muammar Gheddafi e della sua famiglia su cui hanno insistito i ribelli nell’incontro con l’Unione africana svoltosi ieri a Bengasi. La delegazione dell’Ua ha quindi rivolto «un appello urgente al Cnt per una piena cooperazione, nell’interesse superiore della Libia, e perché collabori nell’individuazione e nell’attuazione di un’equa e duratura soluzione politica».

L’attesa missione della delegazione dell’Ua a Tripoli e Bengasi per trovare una soluzione al conflitto che si protrae da quasi due mesi non ha dunque per ora schiarito il cielo della Libia, dove i jet della Nato continuano a colpire «per difendere la popolazione» e le forze fedeli al raìs a lanciare attacchi a Misurata, stretta sempre più nella morsa dell’assedio, e Ajdabiya, che sembra essere tornata per ora nelle mani dei ribelli. La delegazione dei mediatori dell’Ua era arrivata nella capitale dei ribelli dopo aver incassato uno scontato e prevedibile sì del raìs alla Road map definita nelle scorse settimane. Ma il cessate il fuoco, il via libera agli aiuti umanitari, l’ipotesi di un Governo di transizione a doppia guida, messi sul piatto dai rappresentanti africani ha incontrato un altrettanto scontato no dei ribelli.

«La Road map che Gheddafi ha accettato risale a un mese fa — ha detto il capo del Consiglio nazionale di transizione, Mustafa Jalil —. Non tiene conto del fatto che le forze del raìs hanno continuato nel frattempo a bombardare e uccidere i civili, a strangolare le città» e non prevede l’abbandono del potere da parte di Gheddafi. Il figlio del leader libico Seif Al Islam ieri in un’intervista ha definito «davvero ridicolo» parlare della partenza del raìs.

Si infittiscono intanto i contatti diplomatici: giovedì e venerdì la crisi della Libia sarà uno dei punti principali in discussione del 3º vertice del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) che si svolgerà a Sanya, nell’isola meridionale di Henan e a cui parteciperà per la prima volta il Sud Africa. Mercoledì in Qatar si riunisce il Gruppo di contatto, mentre a Berlino si riuniscono i ministri degli esteri dell’Alleanza atlantica. Il Governo italiano incontra oggi i rappresentanti degli insorti mentre il loro capo Jalil è atteso venerdì a Roma. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, ha dichiarato oggi che il ruolo della Nato in Libia — nonostante le 1.500 missioni aeree — nella protezione dei civili non è sufficiente.

Il ministero degli Esteri libico ha annunciato oggi che qualsiasi «ingresso in territorio libico sotto il pretesto di una missione umanitaria» incontrerebbe una «strenua resistenza». L’agenzia ufficiale libica Jana ha riferito che il ministero degli Esteri «ha informato il Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’Unione africana e l’Unione europea che qualsiasi ingresso in territorio libico sotto il pretesto di una missione umanitaria incontrerebbe una accanita e inattesa resistenza da parte del popolo armato». Venerdì scorso l’alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, Catherine Ashton, ha inviato un messaggio a Ban Ki-moon, in cui gli assicurava che l’Ue è «disposta ad agire» con tutti i mezzi, «compresi quelli militari», per aiutare i 300 mila abitanti di Misurata.

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