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L’unica strada

· Durante il volo di ritorno dal Caucaso il Papa ribadisce la necessità del dialogo per risolvere i conflitti ·

Durante il volo di ritorno al termine della visita nel Caucaso, nella serata di domenica 2 ottobre, la tradizionale conferenza stampa di Francesco è stata introdotta dal direttore della Sala stampa della Santa Sede, Greg Burke, al suo primo viaggio papale in questa veste. Prima di ascoltare le domande — rivoltegli in inglese e in italiano — che di seguito riassumiamo, il Papa ha prima salutato i giornalisti con queste parole: «Buonasera. E grazie tante del vostro lavoro, del vostro aiuto. È vero, è stato un viaggio breve — tre giorni — ma voi avete avuto tanto lavoro. Io sono a vostra disposizione, e vi ringrazio tanto per il lavoro. E domandate quello che volete».

[Ketevan Kardava, televisione georgiana]. La foto che la ritrae con il Patriarca della Georgia è stata condivisa migliaia e migliaia di volte nei social. Dopo il suo incontro con il Patriarca, lei intravede le basi per una collaborazione futura e un dialogo costruttivo in merito alle differenze dottrinali che ci sono?

Io ho avuto due sorprese in Georgia. Una è la Georgia. Mai ho immaginato tanta cultura, tanta fede, tanta cristianità. Un popolo credente; e di una cultura cristiana antichissima, un popolo di tanti martiri. E ho scoperto una cosa che io non conoscevo: le profonde radici di questa fede georgiana. La seconda sorpresa è stato il Patriarca: è un uomo di Dio, quest’uomo mi ha commosso. Io, le volte in cui l’ho incontrato, sono uscito con il cuore commosso, e con la sensazione di aver trovato un uomo di Dio. Davvero, un uomo di Dio. Sulle cose che ci uniscono e ci separano, dirò: non metterci a discutere le cose di dottrina, questo lasciarlo ai teologi, loro sanno farlo meglio di noi. Discutono e sono bravi, sono buoni, hanno buona volontà, i teologi di una parte e dell’altra. Che cosa dobbiamo fare noi, il popolo? Pregare gli uni per gli altri. Questo è importantissimo: la preghiera. E secondo, fare cose insieme: ci sono i poveri, lavoriamo insieme con i poveri; c’è questo e questo problema, possiamo affrontarlo insieme?, lo facciamo insieme; ci sono i migranti?, facciamo qualcosa insieme... Facciamo qualcosa di bene per gli altri, insieme, questo possiamo farlo. E questo è il cammino dell’ecumenismo. Non solo il cammino della dottrina, questo è l’ultima cosa, si arriverà alla fine. Ma incominciamo a camminare insieme. E con buona volontà, questo si può fare. Si deve fare. Oggi l’ecumenismo si deve fare camminando insieme, pregando gli uni per gli altri. E che i teologi continuino a parlare tra loro, a studiare tra loro. Ma la Georgia è meravigliosa, è una cosa che non mi aspettavo; una Nazione cristiana, ma nel midollo!

[Tassilo Forchheimer, della radio tedesca Ard] Tra Armenia e Azerbaigian che cosa deve succedere per arrivare a una pace permanente che tuteli i diritti umani?

Due volte, in due discorsi ho parlato di questo. Nell’ultimo ho parlato del ruolo delle religioni per aiutare a questo scopo. Credo che l’unica strada sia il dialogo, il dialogo sincero, senza cose sottobanco, sincero, faccia a faccia. Il negoziato sincero. E se non si può arrivare a questo, bisogna avere il coraggio di andare a un Tribunale internazionale, andare all’Aja, per esempio, e sottomettersi al giudizio internazionale. Non vedo altra via. L’alternativa è la guerra, e la guerra distrugge sempre, con la guerra si perde tutto! E inoltre, per i cristiani, c’è la preghiera: pregare per la pace, perché i cuori prendano questa via di dialogo, di negoziato, o di andare a un tribunale internazionale. Ma non si possono tenere problemi così... Pensate che i tre Paesi caucasici hanno problemi: anche la Georgia ha un problema con la Russia, non si conosce tanto... ma ha un problema, che può crescere... non si sa; e l’Armenia è un Paese senza frontiere aperte, ha problemi con l’Azerbaigian. Si deve andare al tribunale internazionale se non vanno avanti il dialogo e il negoziato: non c’è un’altra via. E la preghiera, la preghiera per la pace.

[Maria Elena Ribezzo, svizzera, della rivista «La Presse»] Lei ieri ha parlato di una guerra mondiale in atto contro il matrimonio, e ha usato parole molto forti contro il divorzio; mentre nei mesi scorsi, anche durante il Sinodo, si era parlato di un’accoglienza nei confronti dei divorziati. Volevo sapere se questi approcci si conciliano e in che modo.

Tutto è contenuto, tutto quello che ho detto ieri, con altre parole — perché ieri ho parlato a braccio e un po’ a caldo — si trova nell’Amoris laetitia, tutto. Quando si parla del matrimonio come unione dell’uomo e della donna, come li ha fatti Dio, come immagine di Dio, è uomo e donna. L’immagine di Dio non è l’uomo [maschio]: è l’uomo con la donna. Insieme. Che sono una sola carne quando si uniscono in matrimonio. Questa è la verità. È vero che in questa cultura i conflitti e tanti problemi non sono ben gestiti, e ci sono anche filosofie dell’«oggi faccio questo [matrimonio], quando mi stanco ne faccio un altro, poi ne faccio un terzo, poi ne faccio un quarto». È questa «guerra mondiale» che lei dice contro il matrimonio. Dobbiamo essere attenti a non lasciare entrare in noi queste idee. Ma prima di tutto: il matrimonio è immagine di Dio, uomo e donna in una sola carne. Quando si distrugge questo, si “sporca” o si sfigura l’immagine di Dio. Poi l’Amoris laetitia parla di come trattare questi casi, come trattare le famiglie ferite, e lì entra la misericordia. E c’è una preghiera bellissima della Chiesa, che abbiamo pregato la settimana scorsa. Diceva così: «Dio, che tanto mirabilmente hai creato il mondo e più mirabilmente lo hai ricreato», cioè con la redenzione e la misericordia. Il matrimonio ferito, le coppie ferite: lì entra la misericordia. Il principio è quello, ma le debolezze umane esistono, i peccati esistono, e sempre l’ultima parola non l’ha la debolezza, l’ultima parola non l’ha il peccato: l’ultima parola l’ha la misericordia! A me piace raccontare — non so se l’ho detto, perché lo ripeto tanto — che nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Vézelay c’è un capitello bellissimo, del 1200 più o meno. I medievali facevano catechesi con le sculture delle cattedrali. Da una parte del capitello c’è Giuda, impiccato, con la lingua fuori, gli occhi fuori, e dall’altra parte del capitello c’è Gesù, il Buon Pastore, che lo prende e lo porta con sé. E se guardiamo bene la faccia di Gesù, le labbra di Gesù sono tristi da una parte ma con un piccolo sorriso di complicità dall’altra. Questi avevano capito cos’è la misericordia! Con Giuda! E per questo, nell’Amoris laetitia si parla del matrimonio, del fondamento del matrimonio come è, ma poi vengono i problemi. Come prepararsi al matrimonio, come educare i figli; e poi, nel capitolo ottavo, quando vengono i problemi, come si risolvono. Si risolvono con quattro criteri: accogliere le famiglie ferite, accompagnare, discernere ogni caso e integrare, rifare. Questo sarebbe il modo di collaborare in questa “seconda creazione”, in questa ri-creazione meravigliosa che ha fatto il Signore con la redenzione. Si capisce così? Sì, se prendi una parte sola non va! L’Amoris laetitia — questo voglio dire —: tutti vanno al capitolo ottavo. No, no. Si deve leggere dall’inizio alla fine. E qual è il centro? Ma... dipende da ognuno. Per me il centro, il nocciolo dell’Amoris laetitia è il capitolo quarto, che serve per tutta la vita. Ma si deve leggerla tutta e rileggerla tutta e discuterla tutta, è tutto un insieme. C’è il peccato, c’è la rottura, ma c’è anche la misericordia, la redenzione, la cura. Mi sono spiegato bene su questo?

[Joshua McElwee, del giornale statunitense «National Catholic Reporter»] Nello stesso discorso lei ha parlato della teoria del gender, dicendo che è il grande nemico. Ma vorrei chiedere cosa direbbe a una persona che ha sofferto per anni con la sua sessualità e sente che c’è un problema biologico? Lei come pastore come accompagnerebbe queste persone?

Prima di tutto, io ho accompagnato nella mia vita di sacerdote, di vescovo — anche di Papa — ho accompagnato persone con tendenza e con pratiche omosessuali. Le ho accompagnate, le ho avvicinate al Signore, alcuni non possono, ma le ho accompagnate e mai ho abbandonato qualcuno. Questo è ciò che va fatto. Le persone si devono accompagnare come le accompagna Gesù. Quando una persona che ha questa condizione arriva davanti a Gesù, Gesù non gli dirà sicuramente: «Vattene via perché sei omosessuale!», no. Quello che io ho detto riguarda quella cattiveria che oggi si fa con l’indottrinamento della teoria del gender. Mi raccontava un papà francese che a tavola parlavano con i figli – cattolico lui, cattolica la moglie, i figli cattolici, all’acqua di rose, ma cattolici – e ha domandato al ragazzo di dieci anni: «E tu che cosa vuoi fare quando diventi grande?» — «La ragazza». E il papà si è accorto che nei libri di scuola si insegnava la teoria del gender. E questo è contro le cose naturali. Una cosa è che una persona abbia questa tendenza, questa opzione, e c’è anche chi cambia il sesso. E un’altra cosa è fare l’insegnamento nelle scuole su questa linea, per cambiare la mentalità. Queste io le chiamo «colonizzazioni ideologiche». L’anno scorso ho ricevuto una lettera di uno spagnolo che mi raccontava la sua storia da bambino e da ragazzo. Era una bambina, una ragazza, e ha sofferto tanto, perché si sentiva ragazzo ma era fisicamente una ragazza. L’ha raccontato alla mamma, quando era già ventenne, 22 anni, e le ha detto che avrebbe voluto fare l’intervento chirurgico e tutte queste cose. E la mamma gli ha chiesto di non farlo finché lei era viva. Era anziana, ed è morta presto. Ha fatto l’intervento. È un impiegato di un ministero di una città della Spagna. È andato dal vescovo. Il vescovo lo ha accompagnato tanto, un bravo vescovo: “perdeva” tempo per accompagnare quest’uomo. Poi si è sposato. Ha cambiato la sua identità civile, si è sposato e mi ha scritto la lettera che per lui sarebbe stata una consolazione venire con la sua sposa: lui, che era lei, ma è lui. E li ho ricevuti. Erano contenti. E nel quartiere dove lui abitava c’era un vecchio sacerdote, ottantenne, il vecchio parroco, che aveva lasciato la parrocchia e aiutava le suore, lì, nella parrocchia... E c’era il nuovo [parroco]. Quando il nuovo lo vedeva, lo sgridava dal marciapiede: «Andrai all’inferno»! Quando trovava il vecchio, questo gli diceva: «Da quanto non ti confessi? Vieni, vieni, andiamo che ti confesso e così potrai fare la Comunione». Hai capito? La vita è la vita, e le cose si devono prendere come vengono. Il peccato è il peccato. Le tendenze o gli squilibri ormonali danno tanti problemi e dobbiamo essere attenti a non dire: «È tutto lo stesso, facciamo festa». No, questo no. Ma ogni caso accoglierlo, accompagnarlo, studiarlo, discernere e integrarlo. Questo è quello che farebbe Gesù oggi. Per favore, non dite: «Il Papa santificherà i trans»! Per favore! Perché io vedo già i titoli dei giornali... No, no. C’è qualche dubbio su quello che ho detto? Voglio essere chiaro. È un problema di morale. È un problema. È un problema umano. E si deve risolvere come si può, sempre con la misericordia di Dio, con la verità, come abbiamo detto nel caso del matrimonio, leggendo tutta l’Amoris laetitia, ma sempre così, sempre con il cuore aperto. E non dimenticatevi quel capitello di Vézelay: è molto bello, molto bello.

[Gianni Cardinale, del quotidiano italiano «Avvenire»] Quando farà i nuovi cardinali e a quali criteri si ispira per questa scelta? Quando andrà a trovare le popolazioni terremotate?

Per la seconda, mi sono state proposte tre date possibili. Due sono dei numeri che non ricordo bene; la terza, la ricordo bene, è la prima domenica di Avvento. Io ho detto che al rientro sceglierò la data. Ce ne sono tre: devo scegliere. E la farò privatamente, da solo, come sacerdote, come vescovo, come Papa. Ma da solo. Così voglio farla. E vorrei essere vicino alla gente. Ma non so ancora come.

Sui cardinali: i criteri saranno gli stessi dei due altri concistori. [Sceglierli] un po’ dappertutto, perché la Chiesa è in tutto il mondo. Sì, forse... ancora sto studiando i nomi, ma forse saranno tre di un continente, due di un altro e uno di un’altra parte, uno dell’altra, uno di un Paese... ma, non si sa. La lista è lunga, ma ci sono soltanto 13 posti. E si deve pensare di fare un equilibrio. A me piace che si veda, nel Collegio cardinalizio, l’universalità della Chiesa: non soltanto il centro — per dire — “europeo”; ma dappertutto. I cinque continenti, se si può.

C’è già una data?

No, perché devo studiare la lista e fare la data. Può essere la fine dell’anno, può essere all’inizio dell’anno prossimo. Per la fine dell’anno c’è il problema dell’Anno Santo, ma si può risolvere... O all’inizio dell’anno prossimo. Ma sarà prossimo.

[Aura Vistas Miguel dell’emittente portoghese Rádio Renascença] La mia domanda riguarda la sua agenda di viaggi fuori d’Italia.

Di sicuro, ad oggi, andrò in Portogallo, e andrò soltanto a Fátima. Ad oggi. Perché? C’è un problema. In questo Anno Santo sono state sospese le visite [dei Vescovi] ad limina; nel prossimo anno devo ricevere le visite ad limina di quest’anno e del prossimo. E c’è poco spazio per i viaggi. Ma in Portogallo ci andrò. In India e Bangladesh, quasi sicuro. In Africa, ancora non è sicuro il posto, tutto dipende sia dal clima, in quale mese, perché se è in Africa del Nordovest è una cosa e se è nel Sudovest è un’altra. E anche dipende dalla situazione politica e dalle guerre... Ma ci sono possibilità allo studio in Africa. In America, io ho detto che quando il processo di pace [in Colombia]... se esce, io vorrei andare, quando tutto sarà “blindato”, cioè quando tutto — se vince il plebiscito — quando tutto sia sicuro sicuro, che non si può andare indietro, cioè che il mondo internazionale, tutte le nazioni siano d’accordo, che non si può fare ricorso, no, è finito, se è così, potrei andare. Ma se la cosa è instabile... Tutto dipende da quello che dirà il popolo. Il popolo è sovrano. Noi siamo abituati a guardare più le forme democratiche che la sovranità del popolo, e tutte e due devono andare insieme. Per esempio, è diventata un’abitudine in alcuni continenti dove, quando finisce il secondo mandato, chi è al governo cerca di cambiare la costituzione per averne un terzo. E questo è sopravvalutare la cosiddetta democrazia, contro la sovranità del popolo, che è nella Costituzione. Tutto dipende da quello. E il processo di pace si risolverà oggi, in parte, con la voce del popolo: è sovrano. Quello che dirà il popolo, credo che debba farsi.

Fátima sarà 12 e 13 (maggio)?

Finora il 13. Ma può darsi, non so...

[Jean-Marie Guénois del quotidiano francese «Le Figaro»] Perché nella sua risposta sui viaggi non ha parlato della Cina? E perché qualche ora fa monsignor Lebrun, arcivescovo di Rouen, ha annunciato che lei ha autorizzato a cominciare il processo di beatificazione di padre Hamel senza tenere conto della regola dell’attesa dei cinque anni?

Su quest’ultimo: ho parlato con il Cardinale Amato [Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi], faremo degli studi e lui darà la notizia ultima. Ma l’intenzione è andare su questa linea, fare le ricerche necessarie e vedere se ci sono le ragioni per farlo.

Ha annunciato che era aperto il processo di beatificazione.

No, che si devono cercare testimonianze per aprire il processo. Non perdere le testimonianze, questo è molto importante. Perché le testimonianze fresche, quello che ha visto la gente, poi con il tempo qualcuno muore, qualcuno si dimentica... e questo succede. In latino si dice: ne pereant probationes.

La Cina. Voi conoscete bene la storia della Cina e della Chiesa: la Chiesa patriottica, la Chiesa nascosta... Ma noi siamo in buoni rapporti, si studia e si parla, ci sono commissioni di lavoro... Io sono ottimista. Adesso credo che i Musei Vaticani hanno fatto un’esposizione in Cina, i cinesi ne faranno un’altra in Vaticano... Ci sono tanti professori che vanno a fare scuola nelle università cinesi, tante suore, tanti preti che possono lavorare bene lì. I rapporti tra Vaticano e i cinesi... Si deve fissare in un rapporto, e per questo si sta parlando, lentamente... Le cose lente vanno bene, sempre. Le cose in fretta non vanno bene. Il popolo cinese ha la mia più alta stima. L’altro ieri, per esempio, c’è stato un convegno di due giorni, credo, nella [Pontificia] Accademia delle Scienze sulla Laudato si’, e c’era una delegazione cinese del Presidente. E il Presidente cinese mi ha inviato un regalo. Ci sono buone relazioni.

Il Papa farà il viaggio?

Ah, mi piacerebbe..., ma io non penso ancora.

[Juan Vicente González Boo, del quotidiano spagnolo «Abc»] Il vincitore del Premio Nobel per la pace verrà annunciato il 7 ottobre. Ci sono più di 300 nomination. Qual è il suo candidato favorito o quali sono le persone o le organizzazioni che meritano più riconoscimento per il lavoro che fanno in favore della pace?

C’è tanta gente che vive per fare la guerra, per fare la vendita delle armi, per uccidere, ce n’è tanta. Ma c’è anche tanta gente che lavora per la pace, tanta, tanta. Io non saprei dire quale scegliere fra tanta gente, che oggi lavora per la pace, è molto difficile. Lei ne ha menzionati alcuni, ce ne sono di più. Ma sempre c’è l’inquietudine di dare un premio per la pace... Io mi auguro anche che a livello internazionale, lasciando da parte il Premio Nobel per la pace, ci sia un ricordo, un riconoscimento, una dichiarazione sui bambini, sui disabili, sui minorenni, sui civili morti sotto le bombe. Credo che quello sia un peccato! È un peccato contro Gesù Cristo, perché la carne di quei bambini, di quella gente ammalata, di quegli anziani indifesi, è la carne di Cristo. Bisognerebbe che l’umanità dicesse qualcosa per le vittime delle guerre. Per quelli che fanno la pace, Gesù ha detto che sono beati, nelle Beatitudini: «Gli operatori di pace». Ma le vittime delle guerre, dobbiamo dire qualcosa e prendere coscienza! Che ti buttano su un ospedale di bambini una bomba e ne muoiono trenta, quaranta... O su una scuola... Questa è una tragedia dei nostri giorni.

[John Jeremiah Sullivan, statunitense, del «New York Times Magazine», al primo viaggio] Gli Stati Uniti si stanno avvicinando alla fine di una lunga campagna presidenziale, molto brutta. Molti cattolici americani e persone di coscienza hanno difficoltà nella scelta tra i due candidati. Quale consiglio darebbe ai fedeli in America?

Lei mi fa una domanda in cui descrive una scelta difficoltosa, perché secondo Lei c’è difficoltà in uno e c’è difficoltà nell’altro. In campagna elettorale io mai dico una parola. Il popolo è sovrano, e soltanto dirò: studia bene le proposte, prega e scegli in coscienza! Poi esco dal problema e vado a una “finzione” [un caso immaginario], perché non voglio parlare del problema concreto. Quando succede che in un Paese qualsiasi ci sono due, tre, quattro candidati che non risultano soddisfacenti, significa che la vita politica di quel Paese forse è troppo politicizzata ma non ha molta cultura politica. E uno dei compiti della Chiesa e dell’insegnamento nelle facoltà è di insegnare ad avere cultura politica. Ci sono Paesi — io penso all’America Latina — che sono troppo politicizzati ma non hanno cultura politica: sono di questo partito o di quell’altro o di quell’altro, ma affettivamente, senza un pensiero chiaro sulle basi, sulle proposte.

[Caroline Pigozzi, del settimanale francese «Paris Match»] La testimonianza per la storia, secondo lei, è più importante del testamento di un Papa? Mi spiego: Papa Wojtyła aveva lasciato nel suo testamento che fossero bruciati molti documenti e molte lettere che si sono poi ritrovati in un libro: vuol dire che la volontà di un Papa non è rispettata? Poi vorrei sapere perché lei che stringe la mano a migliaia di persone tutte le settimane, non ha ancora una tendinite?

Io ancora non sento tendiniti... La prima domanda. Lei dice: un Papa che manda a bruciare carte, lettere... questo è il diritto di ogni uomo e ogni donna, ha il diritto di farlo prima di morire.

Ma non è stato rispettato con Papa Wojtyła...

Ah, quello... Chi non ha rispettato quello, sarà colpevole, non so, non conosco bene il caso. Ma ogni persona, quando dice: «Questo si deve distruggere», è perché c’è qualcosa di concreto. Ma forse c’è una copia da un’altra parte, e questo lui non lo sapeva... Ma è un diritto di ogni persona fare il testamento come vuole.

Ma lui non è stato rispettato.

Di tanta gente non è stato rispettato il testamento...

Ma il Papa è più importante.

No. Il Papa è un povero peccatore, come gli altri. Grazie.

Infine il direttore della Sala stampa ha ricordato che al termine della messa a Baku il Papa ha risposto a una domanda, sul perché fa questi viaggi in posti dove ci sono pochissimi cattolici. Neanche noi pensiamo di perdere tempo: facciamo questi viaggi brevi ma intensi. Però, se lei ne vuole fare uno lungo e rilassante, possiamo anche farlo...

No... Dopo il primo viaggio, che è stato in Albania, mi hanno detto: «Perché Lei ha scelto di andare in Albania nel primo viaggio in Europa? Un Paese che non è dell’Unione Europea?». Poi sono andato a Sarajevo, in Bosnia Erzegovina, che non è dell’Unione Europea. Il primo Paese dell’Unione Europea nel quale sono andato è stata la Grecia, l’Isola di Lesbo: il primo. È stato il primo. Perché fare viaggi in questi Paesi? Questi tre sono caucasici. I tre Presidenti sono venuti in Vaticano a invitarmi. E con forza. E tutti e tre hanno un atteggiamento religioso diverso: gli armeni sono fieri — e questo senza offendere — fieri della loro “armenità”, hanno una storia, e loro sono cristiani, la grande maggioranza, quasi tutti cristiani apostolici, poi cristiani cattolici e un pochettino di cristiani evangelici, pochi. La Georgia è un Paese cristiano, totalmente cristiano, ma ortodosso. I cattolici sono pochi, un gruppo, ma sono ortodossi. Invece l’Azerbaigian è un Paese credo al 96-98 per cento musulmano. Non so quanti abitanti abbia, perché io ho detto due milioni, ma credo che siano venti.

Circa dieci...

Circa dieci, ecco. Circa dieci milioni. I cattolici sono al massimo 600: piccolini. E io, perché vado lì? Per i cattolici, per andare alla periferia di una comunità cattolica, che è proprio nella periferia, è piccolina. E oggi a Messa ho detto che mi faceva ricordare la comunità “periferica” di Gerusalemme, chiusa nel Cenacolo, in attesa dello Spirito Santo, in attesa di poter crescere, uscire... È piccola. Non è perseguitata, no, perché in Azerbaigian c’è un grande rispetto religioso, una grande libertà religiosa. Questo è vero, l’ho detto oggi nel discorso. E anche questi tre Paesi sono Paesi periferici, come l’Albania, la Bosnia Erzegovina ... E io vi ho detto: la realtà si capisce meglio e si vede meglio dalle periferie che dal centro. E per questo scelgo di andare lì. Ma questo non toglie la possibilità di andare in un grande Paese come il Portogallo, la Francia, non so... Vediamo... Grazie tante per il vostro lavoro. Adesso riposate un po’. E buona cena. Grazie. E pregate per me.

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