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L’umore della città

· Cronache Romane ·

Il nostro è un piccolo Paese. Con un treno ad alta velocità è possibile coprire buona parte della sua estensione in poche ore. Con un’ora, da Roma si può andare a Firenze, altrettanto ci vuole per raggiungere Napoli, in poco meno di tre ore si arriva a Milano, poco di più ed eccoci scendere a Torino.

Oggi, è molto più semplice fare paragoni, mettere a confronto la qualità della vita di questa e quella città, toccare con mano la situazione di altre realtà del nostro bellissimo Paese. Ed è quello che ho fatto. Grazie ai miei occhi e alle centinaia di parole accolte, figlie dei tanti incontri che normalmente si hanno, dentro bus e metro, in luoghi di lavoro e svago, nelle scuole.

A confronto con Roma, le città che ho citato sembrano appartenere ad altre nazioni, con ben altra economia alle spalle, altra educazione civica insegnata nelle scuole e in famiglia, altri traguardi da raggiungere.

Lo scarto è abissale. E non parlo soltanto di strutture, vie di comunicazione, servizi, quello sarebbe il meno. Il vero scarto è nel cuore. Basta parlare con qualche tassista milanese, vedere i suoi occhi quando parla del rilancio della sua città grazie all’Expo, di quello che è stato fatto e si sta facendo, della nuova Milano di grattacieli e tecnologie. Stesso dicasi per l’autista di bus torinese, totalmente identificato nella sua città, che racconta ai turisti stranieri una a una le sale del museo egizio. Anche il sud non è da meno, la professoressa napoletana parla della nuova Napoli che nessuno racconta veramente, arrabbiata per le narrazioni mendaci che riguardano i ragazzi che lei ha tutti i giorni sotto gli occhi.

Tutte persone che sovrappongono, in maniera perfetta e sincera, il proprio destino con quello della città in cui vivono, persone che si sentono protagoniste, tanto quanto politici e uomini delle istituzioni, del progresso in atto e che vogliono farne parte a tutti i costi.

E Roma? E i romani?

Vi è ormai uno scollamento assoluto tra identità cittadina e identità individuale, le sorti, il destino di Roma è altra cosa rispetto al nostro. Oramai, di fronte alla quotidiana moria di servizi, la decimazione di alberi o la caterva di crateri lungo le consolari, il comportamento del romano è di apatica accettazione, una resa di fronte al destino ineluttabile della propria città, una volta amata, in ben altro modo.

Lo scarto peggiore è questo. Siamo talmente abituati al peggio da accettarne passivamente la ribalta. Un disamore diffuso, una disperazione portata senza più rabbia, o indignazione, capace di stendersi su tutto, di non farci nemmeno più notare la bellezza straordinaria che resiste malgrado tutto.

Le strade si riasfaltano, i mezzi pubblici sostituiscono, prima o poi Roma rialzerà la testa, come già ha fatto decine e decine di volte nella sua esistenza millenaria. Ma per risvegliare l’amore dei romani di fronte a questa emergenza occorre intervenire subito. Non si può legiferare su questioni simili, gli strumenti sono altri, e sono quelli della cultura, occorre ricostruire il desiderio di essere parti dello stesso destino, far rinascere l’entusiasmo, il piacere di sentirsi parte di una città unica, conosciuta come poche. Riannodare la città e i suoi abitanti, Roma e i romani, una volta parti uguali dello stesso bruciante amore.

di Daniele Mencarelli

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15 dicembre 2019

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