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L’umanità negata

· Studenti a confronto con le leggi razziali in Italia ·

«Mentre andavo a lavoro, oggi, ho riconosciuto una persona (...) Si chiama Bruno, abbiamo combattuto fianco a fianco durante la guerra. Ora tutti gli passano accanto guardando con disprezzo quella stella gialla ricamata sulla giacca. Una stella che invece di brillare in cielo, giace in disparte con il terrore di spegnersi». Regna un silenzio insolito in terza o, nella scuola media Giuseppe Gioacchino Belli di Roma, durante lo svolgimento dell’ultimo compito. I ragazzi hanno tanto da scrivere. È un lunedì di febbraio e stanno continuando il percorso fatto due giorni prima durante la mostra «1938: l’umanità negata – Dalle leggi razziali italiane ad Auschwitz», allestita al Quirinale fino al 17 marzo.

Nelle illustrazioni, i disegni di Alisia Rinaldi e Margherita Terracina due studentesse della terza classe dell’Istituto comprensivo Parco della Vittoria Scuola media Belli a Roma

Un percorso di comprensione razionale, ma soprattutto emotiva di una pagina di storia che fa «stringere i pugni e sussurrare: non è possibile». Le tracce proposte, infatti, li invitano a immedesimarsi con i protagonisti della mostra, Bruno e Francesco e con le loro famiglie.

Chiediamo loro di scrivere una pagina di diario o una lettera firmata da questi personaggi di fantasia che con grande efficacia danno volto e voce a milioni di nostri concittadini.

Si tratta di un ebreo e di un cattolico che dopo aver combattuto insieme nelle trincee della grande guerra, si trovano ad affrontare l’Italia del successivo trentennio: «Io ho rischiato la vita per il paese — leggiamo in uno dei compiti — e ora mi ritrovo suo nemico». Ad attendere Bruno, sposato con due figli, il supplizio delle leggi razziali, la deportazione, il campo di concentramento.

La chiave scelta dai curatori della mostra, Giovanni Grasso e Paco Lanciani, per raggiungere anche i più giovani è quella giusta: la storia declinata in vite reali e singoli individui assume spessore, mentre grazie a un sapiente uso della tecnologia il visitatore si immerge in quell’epoca e viene coinvolto e travolto dai fatti narrati. La solennità del luogo che ospita l’esposizione, fortemente voluta dal presidente Sergio Mattarella, e la ricorrenza — gli ottant’anni dall’emanazione delle leggi razziali in Italia — fanno il resto: «Non era una mostra come le altre — scrive un’alunna — eravamo avvolti da schermi. È angosciante capire, o cercare di capire, ma ignorare è peggio».

Nelle sette sale allestite, infatti, accanto o intorno a preziosi documenti dell’epoca, scorrono filmati, fotografie e mappe con un ritmo incalzante, accompagnate da un audio, musica e voce narrante, diretto e incisivo.Colpisce in modo particolare la riproduzione di un’aula scolastica da cui all’improvviso spariscono gli alunni ebrei e un tema torna con insistenza tra i ragazzi che occupano oggi quelle classi, molti dei quali hanno scelto di mettersi nei panni dei loro coetanei: «Rimarrai sempre mio amico anche se siamo divisi da una legge». «Non posso credere che quando tornerò a scuola tu non ci sarai. Con chi passerò la ricreazione? Con chi dividerò i miei panini? Siamo entrambi italiani, entrambi esseri umani e ci assomigliamo anche: stessi capelli, stessa altezza, stesso colore degli occhi e stesse lentiggini». E ancora: «Anche se per questa società sei sbagliato, per me non lo sarai mai».

La difficoltà più grande oggi, come ieri, è comprendere quale sia il fondamento di questa differenza che ha diviso, escluso, condannato. È un gruppo composito la terza o dell’Istituto Comprensivo Parco della Vittoria, quanto e non più di qualsiasi classe dell’odierna scuola italiana. Qui, come ovunque, tutti i giorni si fanno i conti con le differenze nelle abilità, nel colore della pelle, nella religione, nel tipo di famiglia. Non sempre sono conti riusciti o felici — questa d’altronde è la sfida più urgente con cui si misurano gli insegnanti — ma sottrarvisi sarebbe impossibile e innaturale. «Caro amico — scrive un’alunna — io veramente non capisco il motivo di questa decisione, sono solo ebreo, che colpa ne ho?». «Mi sono sentita veramente male quando ho scoperto che non posso più vedere i miei compagni, avevo ottimi voti, perché mi hanno dovuta sospendere?».

La sentono su di loro quella ferita queste giovani generazioni che ci sembrano tanto distanti, ma che sanno ascoltare a fondo quando si presta loro la giusta attenzione. Nelle pagine di molti, gli adulti sono sfuggenti e non danno le loro risposte, infine, i ragazzi le trovano altrove. «Nostro padre ha detto soltanto che non potevamo più andare a scuola, ma nel pomeriggio ho trovato una pagina di giornale con un argomento sottolineato: “Il fascismo e i problemi della razza”. Papà dice che questo fatto della scuola passerà presto, ma io non mi fido. Mi sembra che ci vogliano fare del male, per esempio con la bacchetta, come fanno le maestre, ma più forte perché sono maschi. Poi hai visto che brutta quella caricatura dell’ebreo sul giornale!?».

Parole a cui l’amico cristiano risponde: «Certe volte vorrei non essere nato in questa famiglia dove i pensieri vengono dettati da una sola persona, seguita da un popolo di ottusi». Per qualcuno poi immedesimarsi è particolarmente doloroso: «Ho riflettuto molto sul fatto che se fossi nata in quegli anni, sarei stata una tra i tanti bambini che non sono più tornati a scuola e in seguito nelle loro case».

I cattivi non sono pochi in questa storia e non sono solo quelli che indossano una divisa o firmano le leggi. «A piazza Venezia ad ascoltare Mussolini c’erano più persone che a un concerto di Vasco» e nella maggioranza dei casi «anche quando non si condividevano gli ideali fascisti si preferiva restare in silenzio ignorando la situazione piuttosto che intervenire».

Anche quando ignorare diventa chiudere gli occhi e accettare. Accettare che alcuni alunni ricevessero «le pagelle dove accanto al nome c’era scritto di razza ebraica». Accettare che in migliaia «ci troviamo chiusi in un vagone buio schiacciati gli uni sugli altri: viaggiamo nel nulla, senza sapere dove ci porterà questo treno» (colpisce come uno schiaffo in pieno volto la sala della mostra che riproduce un carro dei viaggi dell’orrore). Accettare, infine, che «non posso più andare nel mio negozio preferito a comprarmi la frutta secca». Quella frutta secca — un’albicocca — che nell’intervista rilasciata quest’anno per il Giorno della Memoria, la senatrice Segre ha definito il sapore della libertà: lanciata dagli americani ai prigionieri di Auschwitz appena liberati, è il primo boccone che la giovane Liliana assapora dopo la prigionia. Ricordare — lo chiede con forza questa grande testimone di crimini avvenuti solo “ieri” — deve servire a tenerci svegli.

I ragazzi ritrovano nella mostra le parole di Primo Levi lette in classe e non faticano a identificare ciò che oggi minaccia le nostre e le loro coscienze, che rischia di sedurle e oscurarle nuovamente. In tanti posti del mondo «tutto questo sta accadendo di nuovo — scrive un’alunna — ma noi non vogliamo saperlo». Ci sono «i musulmani spediti nei campi di rieducazione» e il calvario di milioni di migranti, lontani e vicini, «fuori dalle nostre case». A differenza di ottant’anni fa, tuttavia, «siamo nell’epoca di internet dove tutti dovrebbero sapere». C’era il sole ad attenderci fuori dalla mostra. Prima del rientro a scuola ci concediamo un momento di pausa nel Giardino di Sant’Andrea al Quirinale. La testa di tutti però è ancora là, tra il vagone e i banchi vuoti. La terza o tarda a disperdersi tra chiacchiere e risate. E dal silenzio sgorgano domande che vanno tutte all’oggi: un mondo senza filo spinato è possibile?

Forse sì ragazzi, grazie a voi.

I ragazzi della III O
Istituto comprensivo Parco della Vittoria
Scuola media Belli di Roma.
Docenti Simona Barca e Silvia Gusmano

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22 marzo 2019

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