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L’ultimo veto sul conclave

· Un relitto storico proveniente dai secoli dell’assolutismo rimasto in vigore fino al 1903 ·

E la prima riforma di Pio X fu l’abolizione dello «ius exclusivae»

Lo ius exclusivae, o exclusionis riguardo all’elezione del Pontefice — ammesso anche se mai del tutto accettato dal diritto canonico — è rimasto in vigore e operante fino al 1904, quando fu soppresso da Pio X con la costituzione Commissum nobis del 20 gennaio. Un rapido sguardo alla storia ci permetterà di capire meglio il problema e di renderci consapevoli che la Chiesa d’oggi, con tutte le sue difficoltà, vive tutto sommato tempi migliori rispetto al passato, potendo godere di una libertà che per secoli le era stata preclusa.

Il veto — chiamiamolo sbrigativamente così — è un istituto che prende piede in età moderna con l’affermazione delle grandi monarchie europee e con il declino del papato. Fu una sorta di diritto consuetudinario che si attribuirono i sovrani cattolici di Spagna, Francia e Austria nei secoli dell’assolutismo, cioè dell’intreccio strettissimo fra trono e altare. Roma non potè che rassegnarsi e accettare quest’ingerenza, teorizzata e difesa da autorevoli canonisti, che si configura, secondo il giudizio di Paolo Prodi, come «una forma di compartecipazione delle potenze al funzionamento della monarchia elettiva papale».

Gran parte dei conclavi seicenteschi e settecenteschi sono caratterizzati dal veto dell’uno o dell’altro Governo contro l’elezione a Papa di un cardinale sgradito; cosa che determinò, come conseguenza quasi inevitabile, la scelta ininterrotta di pontefici italiani, dato che le esclusioni reciproche rendevano impossibile l’elezione di prelati provenienti dalle grandi potenze continentali. Ed è anche, probabilmente, l’istituto del veto che spiega la minuzia con cui i Pontefici regolarono sempre lo svolgimento dei conclavi. In presenza di interferenze esterne così marcate, solo il rigoroso rispetto delle regole, anche le più minute, poteva mettere il papato al riparo dal rischio di contestazioni o di accuse di illegittimità.

Il veto sopravvisse tanto al crollo dell’antico regime, facendosi sentire nel conclave del 1846 da cui uscì Papa Pio IX, quanto alla fine dello Stato Pontificio. L’ultima volta che venne esercitato fu nel 1903, alla morte di Leone XIII, esattamente centodieci anni or sono.

Fu una riapparizione tardiva, fuori tempo massimo, diremmo noi oggi, che determinò l’elezione al papato di Giuseppe Sarto, cioè di Pio X, ma provocò al contempo anche la soppressione del veto stesso. Con tale soppressione ebbe fine un’intera stagione della storia della Chiesa e se ne aprì un’altra, completamente nuova, di libertà e di autonomia dalla politica. Una stagione che è giunta fino a noi e che si rinnoverà nei prossimi giorni con il conclave che sta per aprirsi.

Pio X affrontò la questione con la stessa determinazione di cui darà prova in tutti i successivi atti di governo. Affidò il problema a una commissione cardinalizia preparata e istruita dalla Congregazione per gli Affari Straordinari, allora presieduta da Pietro Gasparri, che a sua volta incaricò un giovane minutante allora ventisettenne di studiare la pratica e di preparare un dossier. Quel minutante si chiamava Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII.

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18 ottobre 2019

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