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L'ultimo sorriso di Beatrice

· Nei saggi danteschi di Borges ·

La mattina del 14 luglio 1986 al numero 29 della Grand Rue di Ginevra moriva Jorge Luis Borges. Sulla sua tomba, al cimitero di Plain Palais, la citazione in islandese della Völsunga Saga che fa da epigrafe al racconto Ulrica ne Il libro di Sabbia: «Prese la sua spada Gram e / mise tra i due il metallo nudo». È la spada della castità volontaria, la spada definitiva la cui freddezza ormai più niente può riscaldare, la spada della morte.

Il tema dell’amicizia tra Dante e Virgilio è, a giudizio di Borges, uno dei più interessanti della Commedia, come risulta dai Nove saggi danteschi.

Henry Holiday, «Dante e Beatrice lungo le rive dell’Arno» (1883)

Ma il vero fulcro dell’interesse di Borges è il rapporto tra Dante e Beatrice.

Soprattutto interessante è la conclusione dell’analisi che Borges fa del canto iv dell’Inferno:

«In questo punto della Commedia, Omero, Orazio, Ovidio e Lucano sono proiezioni o rappresentazioni di Dante. Parlano interminabilmente di letteratura. Hanno letto l’Iliade o la Farsaglia o scrivono la Commedia; sono magistrali nell’esercizio della loro arte, e tuttavia si trovano nell’Inferno perché li dimentica Beatrice».

Nel saggio dantesco che si può considerare come l’ideale introduzione a tutti gli altri e che non a caso apparve da solo per primo in Altre Inquisizioni, L’incontro in un sogno, Borges, analizzando i canti xxviii e xxix del Purgatorio, nota tra l’altro: «Curiosamente osserva Theóphil Spóerri: “Senza dubbio lo stesso Dante aveva previsto diversamente quell’incontro. Nulla indica nelle pagine precedenti che l’aspettava la peggior umiliazione della sua vita”».

E conclude: «Infinitamente esistette Beatrice per Dante. Dante pochissimo, forse nulla, per Beatrice; tutti noi propendiamo per pietà, per venerazione, a dimenticare questa compassionevole discordia indimenticabile per Dante. Leggo e rileggo i casi del suo illusorio incontro e penso a due amanti che l’Alighieri sognò nell’uragano del secondo cerchio e che sono emblemi oscuri, anche se egli non lo comprese o non lo volle, di quella felicità che non ottenne. Penso a Francesca e a Paolo, uniti per sempre nel suo Inferno (“questi, che mai da me non fia diviso”). Con spaventoso amore, con ansia, con ammirazione, con invidia».

Il punto di arrivo dell’analisi critica di Borges è il saggio L’ultimo sorriso di Beatrice, ove, prendendo spunto dai versi 91-93 («Così orai; e quella, sì lontana / come parea, sorrise e riguardommi; / poi si tornò all’etterna fontana»), è analizzato il canto xxxi del Paradiso: «Soffermiamoci su un fatto incontrovertibile, un solo fatto umilissimo: la scena è stata immaginata da Dante. Per noi è molto reale; per lui lo fu meno. (La realtà, per lui, era che prima la vita e poi la morte gli avevano strappato Beatrice). Assente per sempre da Beatrice, solo e forse umiliato, immaginò la scena per immaginare che stava con lei. Sfortunatamente per lui, felicemente per i secoli che l’avrebbero letto, la coscienza che quell’incontro era immaginario deformò la visione. Da qui le circostanze atroci, tanto più infernali, è chiaro, in quanto avvengono nell’empireo: la scomparsa di Beatrice, il vecchio che ne prende il posto, la sua brusca elevazione alla rosa, la fugacità del sorriso e dello sguardo, il volgersi eterno del volto.

Nelle parole traspare l’orrore: come parea si riferisce a lontana ma contamina sorrise, e così Longfellow poté tradurre nella sua versione del 1867: Thus I implored; and she, so far away, / Smiled as it seemed, and looked once more / at me. Anche etterna sembra contaminare si tornò».

Quello che soprattutto interessa dei saggi danteschi è il loro valore di commento dell’opera creativa.

Non a caso è stato sottolineato dalla critica a proposito di El Aleph che il racconto precede e ha influenzato l’articolo.

Quello per Beatriz Elena Viterbo è per Borges, come per Dante, un amore doppiamente impossibile. Come la Beatrice dantesca è sposata con Bardi e morta, così la Beatrix borgesiana è infedele e morta.

Sigmund Freud in Il disagio della civiltà scriveva: «L’amore per la bellezza sembra un perfetto esempio di pulsione inibita nella meta».

Sulla sua scia Borges, richiamandosi al modello dantesco, considera la letteratura come risarcimento di uno scacco subito («farei parlando innamorar la gente»).

L’ultima incarnazione della Beatrice dantesca è Beatriz Frost di El Congreso.

Scrive Emir Rodriguez Monegal: «Naturalmente il fatto che in Il Congresso il nome della ragazza è così scoraggiante mette in guardia il lettore sulle intenzioni di Borges. La Beatrice originale, come è noto, non amava Dante e non acconsentì mai a nessuna forma di intimità che non fosse un formale saluto nelle strade di Firenze. Frost (vuol dire “gelo” in inglese) non è un nome che si possa associare al calore della passione».

Leggiamo: «Oh notti, oh condiviso tiepido buio, oh l’amore che scorre nell’ombra come un fiume segreto, oh quell’istante della felicità in cui ciascuno è tutti e due, oh l’innocenza e il candore della gioia, oh l’unione in cui ci perdevamo per perderci poi nel sonno, oh i primi chiarori del giorno e io a contemplarla!» E ancora: «Niente mi faceva tanto male quanto il pensiero che parallelamente alla mia vita Beatrice avrebbe vissuto la sua, minuto per minuto e notte per notte».

Il racconto procede fino al risolutivo olocausto («Ogni tanti secoli bisogna bruciare la Biblioteca di Alessandria»), fino all’esperienza di quella notte cosmica che ha come equivalente «l’atto sessuale», una esperienza che si può credere di ritrovare talvolta «nell’amore».

di Sabino Caronia

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24 agosto 2019

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