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L’ultimo schiavo

· Una testimonianza rimasta a lungo inedita in America ·

Nel 1927 Zora Neale Hurston andò a Plateau, in Alabama, per intervistare Cudjo Lewis, un sopravvissuto della Clotilda, l’ultima nave negriera sbarcata in America. Cudjo era l’unico testimone ancora in vita della “tratta atlantica” degli schiavi africani, una pagina fondamentale ma spesso rimossa della storia americana. Nel 1931, determinata a conoscere meglio la storia della sua gente, la Hurston tornò a Plateau per raccogliere la storia completa di Lewis che le raccontò le circostanze della sua cattura per mano dei guerrieri del Dahomey, la prigionia nel barracoon, la traversata dell’oceano, il lavoro nei campi fino allo scoppio della Guerra Civile, e la fondazione di Africatown. Il manoscritto di Barracoon, rimasto a lungo inedito, è stato finalmente pubblicato nel 2018, entrando in tutte le best list dei libri americani e inglesi dell’anno. Pubblichiamo la prefazione alla traduzione in italiano, Barracoon. L’ultimo schiavo (Roma, 66thand2nd, 2018, pagine 187, euro 15).

L’attore Chiwetel Ejiofor in una scena del film «Dodici anni schiavo» (Steve McQueen, 2013)

Chi ci ama non ci lascia mai soli con il nostro dolore. Nell’istante stesso in cui ci rivela la ferita, ci offre anche la medicina. Barracoon. L’ultimo schiavo è l’esempio perfetto. Non credo ci sia una lettura più brutale per chi di noi sente il dovere di sostenere gli antenati, di lavorare per loro, e di vivere nel frattempo la propria vita quotidiana nei diversi angoli del mondo in cui siamo stati trascinati come schiavi. E dove loro, gli antenati, schiavi (con poche eccezioni) di bianchi crudeli o strani o indifferenti, si trovavano in uno stato di sospensione precaria, scollegata dalla loro vita reale, e dove anche noi, per provare la gioia di vivere, siamo stati costretti a lottare per mantenere intatta la nostra umanità, a dispetto di tutte le brutture di cui siamo stati testimoni e alle quali siamo stati sottoposti.

Leggendo Barracoon, si capisce subito perché in passato molti neri, in particolare gli intellettuali e i politici neri, abbiano avuto problemi ad affrontare questo testo. Barracoon racconta in maniera diretta le atrocità che gli africani hanno inflitto gli uni agli altri, ben prima che alcuni africani in catene, traumatizzati, malati, disorientati e affamati giungessero via nave nell’inferno dell’Occidente sotto forma di «carico nero».

Come si fa a sopportare la spietata crudeltà di cui si sono macchiati i «fratelli» e le «sorelle» che per primi hanno ridotto in schiavitù i nostri antenati? Chi mai vorrebbe sapere, tramite un racconto dettagliatissimo, come i capi africani si siano dedicati sistematicamente a catturare gli africani delle tribù vicine, come incoraggiassero guerre di conquista allo scopo di prendere uomini, donne e bambini che appartenevano all’Africa, per consegnarli ai mercanti di uomini? E che l’abbiano fatto in un modo così ripugnante che leggerne i particolari duecento anni dopo suscita ancora orrore e sofferenza? È una lettura straziante, questa, è inutile girarci intorno.

La ferita ci è stata rivelata. Ciononostante, il genio di Zora Hurston ha creato, ancora una volta, il Capolavoro. Dov’è il Capolavoro? È nella prospettiva femminile o in una parte della struttura, che sia di pietra o di fantasia, senza la quale l’intero edificio sarebbe una bugia. Per quella bugia — l’idea che gli africani siano stati soltanto vittime, e non anche corresponsabili, del commercio di schiavi — abbiamo già sofferto abbastanza. Povera Zora. Un'antropologa, niente di meno! Una figlia di Eatonville, in Florida, dove la verità, dove quel che era reale, che accadeva davvero a qualcuno, aveva un peso. Beh, Zora si siede accanto a Cudjo Lewis. Mangia con lui pesche e cocomeri (pensate a quante generazioni di neri non ammetterebbero mai di mangiare il cocomero!).

Raccoglie la storia raccapricciante dalla bocca di uno degli ultimi in grado di raccontarla. Di raccontare come i neri siano venuti in America, e come siano stati trattati dai neri e dai bianchi di qui. Come i neri americani, schiavi anche loro, si prendessero gioco degli africani, rendendogli la vita perfino più dura.

Come i bianchi trattassero i loro «schiavi» alla stregua di semplici pezzi di ricambio di una macchina. Di una macchina, però, che può essere frustata quando non produce abbastanza. O non produce con sufficiente velocità. Una macchina che se ti va puoi mutilare, stuprare e uccidere. Una macchina che può essere allegramente ingannata. Senza rimorsi.

E poi c'è la storia della vita di Cudjo Lewis dopo l’Emancipazione. La felicità che prova nello scoprire la «libertà», nel partecipare alla creazione di una comunità o di una chiesa, e nel costruire la propria casa. La tenerezza che sente per sua moglie, Seely, e per i loro figli.

Le morti tremende che seguiranno. Vediamo un uomo che prova così tanta nostalgia dell’Africa, così tanta nostalgia della famiglia, che restiamo colpiti dal fatto che menzioni qualcosa che noi facciamo di tutto per eludere: che in questa terra ancora straniera proviamo anche noi nostalgia, nostalgia della nostra vera cultura, della nostra gente, del nostro legame speciale con una particolare interpretazione dell’universo.

E che ciò che desideriamo, così come nel caso di Cudjo, è scomparso per sempre. E tuttavia vediamo anche altro: la nobiltà di un’anima che ha sofferto quasi fino al punto di scomparire, e che ancora lotta per mantenersi sana, vigile, generosa. Crescere nell’amore è approfondire la consapevolezza. Sul finire della vita, la saggezza di Cudjo diventa così lampante che i vicini gli chiedono di parlare in forma di parabole. E lui lo fa. Portando la pace.

Ecco la medicina: Quando il cuore si spezza, la felicità può esistere anche in un istante. E siccome l’istante in cui siamo vivi è tutto il tempo che abbiamo, possiamo andare avanti. Si dice che tutte le persone care ci verranno tolte, e in effetti il più delle volte è così che accade.

E tuttavia, un istante dopo ci preoccupiamo di far crescere i fagioli e i cocomeri. Piantiamo. Sarchiamo. Facciamo il raccolto. Lo condividiamo con i vicini.

E quando una giovane antropologa si presenta con due prosciutti e ce ne regala uno, non vediamo l'ora di mangiarlo. La vita, inesorabilmente, va avanti. Andiamo avanti anche noi. Con noi le nostre ferite e le medicine per curarle. Il nostro viaggio nelle Americhe è sorprendente, spettacolare.

È così eccezionale che, per quanto possa suonare assurdo, non si può che esserne grati. Forse il nostro destino è quello di cogliere la meraviglia straordinaria della vita che ci circonda anche quando soffriamo, e dire sì, quand’anche tra le lacrime più amare.

di Alice Walker

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18 giugno 2019

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