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L’ultimo ritorno

· ​La croce di Odisseo ·

Bassorilievo con Ulisse e Penelope (III-II secolo prima dell’era cristiana)

«Ho visto che scendevi dalla snella nave, al porto, senza il sacro remo con il quale eri partito. Sei riuscito, dunque, a conficcarlo al suolo in qualche terra forestiera?» gli chiese trepidante la sua sposa, un velo d’incertezza inquieta steso sopra gli occhi di color del fiordaliso. Si limitò, con un cenno del capo ormai quasi del tutto incanutito, l’eroe navigatore ad annuire. «E ciò significa» Penelope riprese a interrogarlo, un sorriso esitante sulle labbra di color del croco, «che oggi sei tornato per non più salpare?». E con le braccia affusolate di color del giglio le spalle avvolse del suo uomo, ancora muscolose, e fremendo di passione se lo strinse al seno. Lo scrive Marco Beck aggiungendo, con la stessa intensità con cui, giovane sposo, l’aveva contemplata nel concedersi all’amore, Odisseo la fissò. Rivide concentrate sul suo viso le fattezze di Circe, di Calipso, di Nausicaa, di tutte le umane o sovrumane donne delle quali s’era, navigando interminabilmente, innamorato, senza mai nessuna amare quanto aveva amato, quanto ancora adesso amava lei, la sua regina. Saggia e nobile e matura come prima la recuperava, e insieme la trovava fresca e vitale e giovanile, come sarebbe potuta a quell’epoca apparire la figlia così desiderata che non aveva fatto in tempo, prima che gli Achei dirigessero la flotta verso Troia, a seminare in grembo alla sua sposa, donando al piccolo Telemaco, in sua assenza, una sorella.

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15 dicembre 2017

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