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L'ultimo italiano patriarca in Terra Santa

· Un libro ricorda Giacomo Giuseppe Beltritti nel centenario della nascita ·

Nel centenario della nascita di Giacomo Giuseppe Beltritti, l'ordine equestre del Santo Sepolcro ricorda con una breve pubblicazione l'ultimo patriarca italiano di Gersusalemme dei Latini, che resse la diocesi dal 1970 al 1987.

Lo ha curato un prete bresciano a lungo fidei donum in Terra Santa, don GianMario Biemmi, su invito dell'attuale patriarca Fouad Twal. Ne emerge il ritratto di un «uomo di Dio», «uomo di cultura», «uomo del dialogo» e «uomo della Chiesa» — come scrive lo stesso monsignor Twal nell'introduzione — dotato di «un'umiltà rara», che lo rendeva capace di coniugare «la verità con la carità» nel suo relazionarsi «coi fratelli ortodossi, con gli anglicani, con i musulmani, con tutti». L'autore, membro dell'ordine equestre gerosolimitano e canonico onorario del Santo Sepolcro, ripercorre le principali tappe dell'esistenza di monsignor Beltritti: dalla nascita, avvenuta in Piemonte il 23 dicembre 1910, alla frequentazione del seminario dei tommasini del Cottolengo, ove incontrò l'allora patriarca Luigi Barlassina, recatosi a Torino alla ricerca di preti per la sua Chiesa. Appena quindicenne Beltritti partì per la Terra Santa e dopo gli studi nel seminario di Beit Jala, il 15 aprile 1933 venne ordinato sacerdote nella chiesa del Santissimo Nome di Gesù, concattedrale del patriarcato che aveva subito gravissimi danni durante il terremoto del 1927. Il giorno seguente, domenica di Pasqua, celebrò la prima messa nella basilica del Santo Sepolcro, all'altare dell'Addolorata, e il lunedì dell'Angelo a Emmaus Nicopolis (Latrum), iniziando così una tradizione conservata fino a oggi.

Dopo un breve soggiorno in Italia, Abouna Giacomo venne inviato a Rafat come direttore dell'orfanotrofio e della scuola agricola locali; nel 1935 divenne parroco di Ramallah e quattro anni dopo, allo scoppio del conflitto mondiale, come tutti i sacerdoti e i religiosi che si trovavano in Palestina si ritrovò a vivere da internato. Visse insegnando teologia a un gruppo di seminaristi e dedicandosi allo studio della lingua araba. Alla fine della guerra divenne parroco dell'Annunciazione a Beit Jala, accogliendo quanti erano costretti a fuggire dalla Transgiordania a causa di una grave siccità.

Nel 1949 fu nominato cancelliere della curia patriarcale, retta dal francescano Alberto Gori; tre lustri dopo, il 25 settembre 1965, giunse la chiamata all'episcopato: Paolo VI lo aveva scelto come coadiutore con diritto di successione del patriarca. Il 10 ottobre ricevette la consacrazione a vescovo nella basilica del Santo Sepolcro. Tra i presenti, il cerimoniere Michel Sabbah e il giovane suddiacono Fouad Twal, entrambi futuri patriarchi. Monsignor Beltritti lo divenne ufficialmente il 25 novembre 1970, giorno della morte del patriarca Gori. Il successivo 15 dicembre fece l'ingresso in cattedrale e pochi giorni dopo celebrò il Natale a Betlemme, iniziando le visite pastorali alle realtà del territorio. Insigne catechista, preparava sussidi per le scuole del patriarcato, scrisse 33 lettere pastorali, due delle quali dedicate esclusivamente all'educazione cristiana. Devoto ai santi e soprattutto alla Madonna, partecipò alle sessioni finali del concilio Vaticano II e a vari sinodi.

Al compimento dei 75 anni presentò ledimissioni a Giovanni Paolo II, ma la nomina del successore avvenne dopo più di venti mesi, l'11 dicembre 1987, quando venne scelto monsignor Sabbah, nativo di Nazaret e parroco ad Amman, in Giordania: il primo patriarca arabo. Monsignor Beltritti si ritirò allora a Deir Rafat, all'ombra del santuario della Regina di Palestina, patrona del patriarcato e dell'ordine del Santo Sepolcro. L'ultimo italiano sulla cattedra di san Giacomo — di cui portava il nome — morì ottantaduenne il 1° novembre 1992 nella città santa.

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