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L’ultimo
fotogramma

· I grandi finali della storia del cinema ·

Quali sono i più bei finali della storia del cinema? Da quando esiste internet è aumentato a dismisura il rischio di venire a sapere come finisce un film prima ancora di averlo visto. Di conseguenza è nata la fobia dello spoiler, la rivelazione dell’epilogo o di altri momenti cruciali di una storia. E analogamente, si è diffusa l’idea che l’artefice dello spoiler sia un personaggio pericolosamente asociale, quasi una specie di untore del mondo audiovisivo.

Robert Mitchum e Jane Greer  in «Le catene della colpa» (1947)

Eppure non si può sottrarre alla critica, né a qualsiasi altro commentatore, la possibilità di analizzare un finale, dato che, ovviamente, proprio nelle ultimissime immagini si concentra spesso gran parte del significato di un film. Il divieto dovrebbe rimanere, al limite, soltanto per quelle storie che si basano su un vero e proprio colpo di scena. E poco male, perché di solito si tratta di storie strettamente di genere e prive di grandi significati, anche se le deroghe non mancano, soprattutto nella fantascienza. Il finale di Il pianeta delle scimmie, con la sua sorta di rivoluzione copernicana, o quello di Blade runner — director’s cut, con il suo sprofondamento in un relativismo assoluto tipicamente dickiano, per esempio, sono momenti sorprendenti che fanno anche riflettere. 

Inoltre, nel caso di capolavori un po’ dimenticati, come alcuni di quelli sotto elencati, raccontarne l’epilogo può avere un effetto paradossalmente opposto a quello del temuto spoiler, ovvero suscitare un interesse che magari non sarebbe mai nato.
Un finale pieno di speranza è quello, inarrivabile, di uno dei più grandi film di tutti i tempi, Ordet (Carl Theodor Dreyer, 1955). Due famiglie, quella del ricco Morten Borgen e quella del più semplice e rigoroso sarto Peter Petersen, aderenti a due confessioni cristiane diverse, sono costantemente in contrasto su come vivere quotidianamente la fede. Nel frattempo Johannes, uno dei figli di Morten, considerato da tutti pazzo, se ne va in giro a predicare con parole apparentemente deliranti. Quando la giovane nuora del capofamiglia muore, Johannes ne predice la risurrezione, ovviamente inascoltato e deriso dagli altri. Nel finale, però, la donna risusciterà davvero. Dunque un apologo sulla miopia di alcuni sedicenti fedeli. Perché accapigliarsi sui dettagli, quando non si riesce a credere nella sostanza, ovvero nel Verbo (ordet in danese)? Ma la grandezza di questo finale sta anche nel modo, a dir poco coraggioso, in cui Dreyer lo rappresenta. Il culmine della spiritualità del miracolo coincide con la carnalità del ritorno alla vita terrena, ed è dunque con un anelito di passione che la giovane donna riabbraccia l’amato marito.
Oggi che il cinema d’autore in senso stretto sembra scomparso, o comunque è stato abbandonato dal grande pubblico, e i suoi azzardi stilistici ed espressivi stanno lasciando sempre più spazio all’omologante linguaggio dei prodotti televisivi, scene come questa si rimpiangono molto, e appaiono tanto belle quanto liberatorie.

di Emilio Ranzato

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21 novembre 2018

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