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L'ultimo degli ingiusti

· Nel documentario di Claude Lanzmann la controversa figura di Benjamin Murmelstein ·

Claude Lanzmann aggiunge una lunga appendice alla già monumentale opera cinematografica Shoah . E lo fa per raccontare una storia in particolare, la vita di un solo uomo: Benjamin Murmelstein, l’ultimo presidente del consiglio degli anziani del “ghetto modello” di Terezin, nell’allora Cecoslovacchia, l’unico Jewish elder , secondo la definizione nazista, a non essere stato assassinato. Il documentario, quasi quattro ore, è intitolato Le dernier des injustes (L’ultimo degli ingiusti), come si era definito lo stesso protagonista rovesciando il titolo di un libro di André Schwartz-Bart, ed è stato presentato fuori concorso all’ultimo festival di Cannes suscitando subito notevole interesse. Perché l’opera è di fatto una sostanziale riabilitazione di Murmelstein, personaggio finora considerato controverso, ambiguo nel suo operato e nel suo rapporto con i nazisti.

Il giudizio dei sopravvissuti sui capi e membri dei consigli ebraici è sempre stato in generale negativo, o quantomeno sospeso, perché non è mai risultato chiaro quanto il loro agire fosse di sottomessa collaborazione con i nazisti nel folle piano di sterminio e quanto invece si siano adoperati per la salvezza degli ebrei nei ghetti.

La base del documentario è un’intervista rilasciata da Murmelstein al regista (che stava preparando il materiale per Shoah ) nel 1975 a Roma. Quasi trent’anni dopo quell’incontro, l’ottantottenne Lanzmann torna nella città fatta edificare appositamente da Adolf Eichmann nel 1941 al fine di ingannare il mondo e gli stessi ebrei, per raccontare quanto vi accadde. E soprattutto quale ruolo vi svolse quell’uomo accusato in seguito di aver tradito il suo popolo. Dalla lunga intervista emerge un uomo dalla spiccata personalità, colto, ironico, intelligente e coraggioso. Ma, in particolare, ascoltandolo si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a una persona convinta della bontà del proprio agire. Un uomo pratico, anche se dalla forte personalità. Astuto, faceva leva sui punti deboli dei suoi aguzzini per salvare il salvabile. Lo fece con Eichmann, non sordo al richiamo del denaro, grazie al quale riuscì a strappare al campo e a far emigrare numerosi ebrei.

Benjamin Murmelstein morì nel 1989 senza essere scampato alla sindrome del sopravvissuto e a una certa emarginazione. L’allora Rabbino Capo di Roma, Elio Toaff, che già nel 1983 gli aveva negato l’iscrizione alla Comunità, gli rifiutò (come ricorda con amarezza Wolf Murmelstein nella postfazione al libro del padre) anche la sepoltura nella tomba della moglie. E aggiunge: «Chi scrive fu mortificato col rifiuto di recitare in sinagoga la preghiera in ricordo del padre perché avesse “parte del mondo futuro”». Prossimamente il regista verrà a Roma per presentare il documentario proprio al figlio di Murmelstein. Forse sarà l’occasione per avviare un più sereno cammino di revisione del giudizio.

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26 maggio 2018

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