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L’ultima zattera
dopo il naufragio

· ​La riaffermazione del trascendente nel mondo contemporaneo ·

Le riviste fiorentine del primo Novecento diedero la sveglia alla cultura italiana aprendola a suggestioni nuove e moderne. Dal «Marzocco» al «Leonardo», dal «Regno» a «La voce», da «Hermes» a «Lacerba», l’intelligentsia positivista e bigotta dell’Italia post-unitaria, di quel bigottismo anticlericale peggiore di quello che pretendeva criticare, subì una benefica scossa. Le firme spesso erano le stesse e passavano da una testata a un’altra, con varietà di esiti e posizioni. La Firenze corpo 8 (titolo del bel volume di Giorgio Luti dedicato nel 1983 alla stagione delle riviste fiorentine) è però anche la città in cui l’esperienza cattolica assume aspetti di originale e caratteristica vivacità. Molto si è scritto sulla Firenze cattolica del Novecento. 

Venturino Venturi,  «Ritratto di Mario Luzi» (1980 circa)

Tra le riviste cattoliche fiorentine del Novecento viene subito alla mente «Il frontespizio» (1929-1940) e «Testimonianze» (dal 1958), interprete e specchio delle inquietudini e delle speranze, delle contraddizioni e degli errori del post-concilio. «L’Ultima. Rivista di poesia e metasofia» nacque nel 1946, alla fine della guerra mondiale, nello sfacelo di un mondo e di una civiltà che avevano consumato nell’autodistruzione la loro follia. Il piglio della critica antimoderna del «Frontespizio» non aveva ormai più molto senso perché la modernità si era auto-affondata, intossicata dai frutti stessi delle sue aberrazioni.
La rivista sorse da un atto di memoria religiosa.
Non si può non restare meravigliati dal numero di persone di rilievo che scrissero su «L’Ultima», fra il 1946 e il 1962, talvolta all’inizio della loro carriera di artisti, giornalisti e scrittori militanti ma anche di teologi.
Nel 1958 nacque «Testimonianze», che si portò via numerosi collaboratori. Per «L’Ultima» si aprì la parabola conclusiva (l’estremo numero è del 1962, l’anno dell’inaugurazione del concilio).

Una lettura in chiave politica o ideologica rischia però di non cogliere il vero lascito di quella lontana vicenda. Si potrà insistere sulle posizioni antimoderne della rivista (gli strali contro i tre corifei dell’«età della dissipazione», Colombo, Lutero, Galileo) o si potranno giudicare eterodosse non poche interpretazioni venate da un irrazionalismo di fondo. Ma allora non si comprenderà l’essenza più profonda del suo appello, il suo valore non perituro, soprattutto nella stagione eroica degli inizi (1946-1948): il richiamo alla trascendenza e alla necessità della metanoia, non solo delle persone ma della società, ora che il tempo si è fatto breve. Come semplicemente ricapitolò Adolfo Oxilia nel 1982 in un’intervista ripubblicata in coda al volume di Pallanti, «la caratteristica della rivista fu proprio la riaffermazione della trascendenza». Un esempio coraggioso di fronte a tante afasie contemporanee.

di Paolo Vian 

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24 maggio 2019

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