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L’ultima offerta di Andrej

· Venticinque anni fa, a pochi mesi dalla morte, Tarkovskij firmava il film «Sacrificio» ·

Non sempre la via è facile oppure è tracciata e sovente i riferimenti, se non mancano del tutto, sono ingannevoli e vani. Le trame della modernità spesso occultano, oppure allontanano, dal bisogno di senso e di interrogarsi che anima l’uomo e che ne fa, prima ancora che un essere razionale, un essere religioso. Sacrificio (1986), l’ultimo film di Andrej Arsen’evič Tarkovskij (1932-1986), entra in relazione con noi in maniera immediata perché suscita domande che giacciono sepolte dentro di noi da un quotidiano fatto di vuote certezze, di chiacchiera e di cronaca («Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nella informazione?» T. S. Eliot, Cori della Rocca ) che ci impediscono di pensare o, se va bene, ci distraggono dalla nostra pensosità che è il presupposto minimo e come l’ambiente naturale di ogni pensiero e di ogni pensare.

Perciò fin dall’inizio nel dialogo tra Alexander (il protagonista del film) e Otto (il postino-filosofo) si è subito coinvolti in un interrogarsi su Dio: «Ma tu in che rapporti sei con Dio?». «In nessun rapporto temo». «Ah, beh, potrebbe essere anche peggio...»; sull’attesa che nella nostra epoca non è pazienza, ma smania di un qualcosa di indefinito che annichila il presente: «Tutta la vita l’ho vissuta come se fossi dentro una stazione ferroviaria. E ho sempre avuto la sensazione che tutto ciò che mi è capitato non fosse la vita vera ma fosse solo l’attesa della vita vera... Una lunga attesa, non è lo stesso anche per te?», domanda Otto, il quale chiude la sequenza e saluta l’amico, consegnando a lui e a noi una perla di saggezza che contiene l’invito a cessare di sporgersi fuori in un vacuo futuro e a rientrare in se stessi per riconquistare la pienezza del tempo presente: «Credi che è stato dato e così sarà dato anche a te».

I fotogrammi scorrono ed è il solitario ragionare di Alexander a lasciare emergere altri pensieri: sulla modernità («Anche l’umanità è su una strada sbagliata, una strada pericolosa...»), sulla morte: «Non avere paura, figlio mio, non esiste la morte. Esiste solo la paura della morte».

Victor, il dottore, si muove sullo stesso registro e sembra che si rivolga direttamente a noi quando nel tirare le somme della sua vita esprime la sua delusione: «Hai mai avuto la sensazione che la tua vita fosse un fallimento...».

Questo ragionare, questo discettare ci coinvolge, ci parla di noi. Ancora non c’è storia, ma questi argomenti ci portano direttamente dentro il problema-uomo. È qui infatti, su questi temi, che l’uomo lo puoi più veramente trovare, su questo territorio sensibile; è qui che deve essere cercato e ha più bisogno che gli si parli. Tutto il resto è semplicemente superficiale nella misura in cui non tocca il senso, non entra in relazione con il nostro continuo interiore interrogarci su di esso.

Tarkovskij non ci dice qual è il senso, ma parla al senso perché ha il coraggio di nominare e così di riportare all’attenzione interrogativi di cui la nostra modernità sembra poter fare a meno: la riflessione su se stessi, sulla vita, sulla morte, sui compiti e sui fini dell’uomo. In questi termini il suo è un discorso vero, nella misura in cui delimita un perimetro, costruisce un orizzonte di domande e di questioni. Non vero per le risposte che dà. Una risposta non potrà mai corrispondere alle infinite risonanze di una domanda.

E se anche questa fosse quella somma e dicesse Dio, neppure in tal caso sarebbe sufficiente perché in tal modo escluderebbe i moltissimi che a Dio non vogliono, non possono oppure non sanno giungere.

Il sacrificio di Tarkovskij avviene al di qua della Rivelazione e del Rivelato (fin dall’inizio, come si è detto, il protagonista ha confessato di non essere in nessun rapporto con Dio), ecco perché appare più drammatico e universale, perché ha rinunciato a ogni sicurezza, perché si tratta di costruirsi una strada da sé. Il mondo è quello sconsacrato della modernità che rischia forse proprio per questo, per la cancellazione di uno spazio sacro, di uno spazio cioè riservato alla verità, la distruzione. «La verità, che cos’è la verità?» replica Victor, quando si parla di essa, facendo la stessa obiezione di Pilato a Gesù nel pretorio (cfr. Giovanni , 18, 38). Lentamente il film si costruisce attorno a uno spazio non virtuale, ma spirituale in cui domande e risposte, la verità e il suo silenzio, risuonano lasciando riemergere alla coscienza contenuti ormai dimenticati e disattesi nel deserto della modernità.

La descrizione che viene fornita di questo tempo, del nostro tempo, è desolante. Se ne smascherano i falsi miti che lo alimentano del progresso e del benessere, la malcelata volontà di potenza che sta dietro ogni scoperta scientifica («Tutto ciò che il nostro progresso tecnico ci ha portato è un po’ di comodità, un più alto standard e strumenti di violenza per mantenere il potere») e il vuoto edonismo dei suoi stili di vita («Una volta un saggio disse che il peccato è tutto ciò che non è necessario. Se questo è vero allora tutta la nostra civiltà è fondata sul peccato, sul non necessario, dall’inizio alla fine»). La dimensione sapienziale prevale. Al regista interessa soprattutto trasmetterci la sua visione del mondo tanto che è stato detto che questo film è il suo testamento spirituale (esce nell’anno stesso della sua morte).

Allora, è ancora il saggio a parlare, sarebbe forse meglio dire indicare (queste due parole sono per esempio in relazione nella lingua tedesca: Weise sta per «saggio» e weisen per «indicare»), quando allude a una dimensione perduta in cui non sappiamo più accostarci alla bellezza e siamo diventati incapaci di pregare (a proposito di un libro di icone che gli era stato donato per il compleanno Alexander esclama: «Che magnifica raffinatezza quanta saggezza e spiritualità e quanta infantile purezza e innocenza anche, profonda e virginale nello stesso tempo. È incredibile, come una preghiera e tutto questo è andato perduto, non siamo più neppure capaci di pregare»).

Poi la storia passa in primo piano: la minaccia di una catastrofe nucleare e il rischio della fine, che richiama la fine personale dell’artista russo e allude a una resa dei conti non solo nella finzione ma anche nella vita — come rivela una frase detta di passaggio da Alexander: «Tutta la vita ho aspettato questo. Tutta la vita in attesa che succedesse questo...» — impongono l’abbandono del registro meditativo e chiamano il protagonista alla scelta, alla decisione. Alla modernità manca il senso tragico della vita. In essa tutto può essere drammatico, nel senso di conflittuale, di difficile, di tormentato, ma niente vi è di tragico. Il tragico infatti richiede che si scelga e chi sceglie sa che questo implica una rinuncia.

Davanti al tragico il gioco della possibilità si chiude e chi sceglie sceglie sempre tra sì e no, tra bianco e nero, tra vita e morte. Il tragico ha in sé un senso di irrevocabile che manca al drammatico. Nel drammatico prevale lo svolgimento rispetto alla fine. Nel tragico prevale la fine rispetto allo svolgimento.

Alexander sente a questo punto di essere chiamato a scegliere e a rinunciare. Perché la catastrofe non accada egli mette sull’altro piatto della bilancia la rinuncia, il sacrificio di sé. In questo modo egli applica il principio dostoevskijano di responsabilità che vuole che ognuno sia chiamato a rispondere del peccato di tutti (cfr. I fratelli Karamazov , Milano, Garzanti, 1986, i, p. 307). In tal senso se il peccato di uno può dannare il mondo, una buona azione lo può salvare.

E anche Alexander promette di fare così indicando una via di scampo al naufragio morale della modernità. Tutto deve passare per un atto in cui ci si sacrifica, in cui si rinuncia a sé. Ciò costituirà la nostra giustificazione, la giustificazione di chi non ha fede, e introdurrà nel mondo una dimensione di compiti e di fini alla quale non siamo più abituati a pensare.

È la condizione del sacrificio, dell’offerta ( Offret , come recita il titolo originale del film in svedese), del dono di sé a introdurre una nuova scala di valori.

I «rinuncianti» erano chiamati anticamente i monaci a significare il bisogno di verità che li sosteneva in opposizione alla falsità del mondo. E sarà questo impulso a darsi, a rendere nuovamente la capacità di pregare con una preghiera universale che abbraccia tutti; non solo quelli credono, ma anche gli increduli, i dubbiosi oppure i negatori di Dio nella misura in cui si è saputo rinunciare a ogni interesse, a ogni logica personale, a ogni tornaconto.

Solo così infatti la preghiera può essere preghiera vera perché si fa preghiera anche e soprattutto per gli altri, i lontani, i distanti, i diffidenti, i delusi, i disperati, quelli che per varie ragioni hanno oltrepassato la frontiera di una fede e se questi fossimo noi stessi essa si fa preghiera anche per noi.

Alexander infatti prega per tutti quelli che credono in Dio e per tutti quelli che non ci credono, per gli indifferenti, per gli infelici, per «tutti coloro che hanno perduto le loro speranze, il loro futuro, la loro vita e anche la possibilità di arrendersi al volere di Dio, per tutti quelli che sono presi dal terrore e sentono avvicinarsi la fine...».

E lentamente mentre queste parole a una a una nascono e si spengono sulla sua bocca noi sentiamo che il Dio escluso e tenuto lontano torna nuovamente a visitarci come l’estremo movente di tutto, come il protagonista di tutto, come colui che orienta tutto, al quale si può chiedere di aiutarci ma, giacché si è rivelato, anche di cancellarci, poiché tutto torna ad avere un senso in lui: «Signore, lascia che io mi liberi da questo disumano terrore che mi attanaglia, Signore aiutami, ti prego, cancellami se vuoi». Così infatti conclude la sua preghiera Alexander a cui Dio parla con le sue parole e il voto del silenzio che pronuncerà subito dopo («Diventerò muto, non scambierò nessuna parola con nessuno») servirà a rendere concreto il suo sacrificio non meno che a custodire questa rivelazione e a conservarne le vibrazioni per riorientarsi sulla via della verità.

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22 febbraio 2018

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