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L’ultima frontiera della bioetica

· ​Nelle serie televisive ·

La presenza di temi bioetici nelle serie televisive conferma la loro importanza nell’orientare ideologicamente il pensiero e di modificare le opinioni: osservando la quantità di temi bioetici affrontati nelle serie, sempre risolti in senso “progressista”, si può perfino sospettare che ci troviamo di fronte all’influenza di lobby molto agguerrite. 

La dottoressa Mary Harris nella serie «Mary kills people»

L’ultima serie a piombare sull’argomento, mettendo al suo centro il suicidio assistito, è la canadese Mary kills people, trasmessa su Tim Vision da novembre 2017. Racconta di un medico americano, una donna, che privatamente e illegalmente spegne la vita dei malati terminali che a lei si rivolgono. È una sofferenza, quella di chi contatta la dottoressa Mary Harris, spesso psicologica prima ancora che fisica: il terrore di dover affrontare un abisso di angoscia e patimento. «Io credo che dovremmo avere il controllo sulla nostra vita e sulla nostra morte», sostiene Mary, abbracciando un coro di voci che isola il pensiero di una donna il cui marito lotta per la vita: «Dio — spiega la ragazza in ospedale a Mary — ha fatto ogni cosa bella al suo tempo. Dio ha un grande piano che non possiamo pensare di stravolgere; dobbiamo solo confidare nella sua saggezza». La testimonianza di questo luminoso personaggio è marginale e schiacciata, in Mary kills people, da quelle più numerose di chi soffre nella solitudine e nella disperazione.
La libertà di scegliere diventa emotivamente dominante in questa serie, come lo è nella seconda stagione di Grace and Frankie (Netflix, 2016), dove il tema del suicidio assistito irrompe con il personaggio di Babe, il cui cancro, già combattuto in passato, si è rifatto sotto più agguerrito che mai: meglio andarsene, allora, con una festa di saluto agli amici prima che il dolore inizi a mordere. «Ho paura di essere un peso, di soffrire a morte e di non essere più quella che sono sempre stata», confida Babe alla riservata Grace (Jane Fonda) e all’esplosiva Frankie (Lily Tomlin): le due ultrasettantenni protagoniste della serie. E se la prima prova a dissuaderla: «Non hai il diritto di farlo, solo Dio può prendere questa decisione», la seconda la sostiene da subito. «Ho il diritto di scegliere», conclude Babe, e alla distanza anche una commossa, impaurita ma solidale Grace prenderà parte alla scelta estrema dell’amica.
Ancora donne anziane e ancora una scelta di porre fine alla propria esistenza sorreggono San Junipero (Netflix, 2016), il quarto episodio della terza stagione di Black Mirror, la serie britannica di fantascienza distopica ambientata in un futuro dominato dalla tecnologia: Kelly ha perso il marito e la figlia; Yorkie vive paralizzata da quando era ragazza. Si incontrano e si innamorano a San Junipero: luogo virtuale in cui depositare, se si vuole, la propria memoria dopo la morte; sotftware incredibilmente iperrealistico, aldilà artificiale dove tornare giovani e rimanervi in eterno, accanto a chi abbia condiviso quella scelta. Si può provare da vivi: «solo per cinque minuti a settimana», dice la legge; poi, per morire volontariamente occorre l’autorizzazione di almeno un familiare. E se Kelly dapprima immaginava la sua fine secondo natura, una volta riscoperta la passione e il rifiorire di una relazione umana, accompagna il passaggio di Yorkie a San Junipero, offrendosi prima di sposarla e poi imitando la sua decisione.
Il momento più complesso e doloroso della vita umana viene qui contrapposto a un’eutanasia come strada per la gioia della giovinezza e dell’amore: facile, quindi, sbilanciarsi emotivamente verso la scelta delle due protagoniste. Del resto, già una serie popolare come ER, diversi anni prima, aveva affrontato i grandi temi di inizio e fine vita con una certa imparzialità di pensiero; il libro di Paolo Braga, ER, Sceneggiatura e personaggi (Milano, Franco Angeli, 2008, pagine 256, euro 22,50), analizzando le prime otto stagioni della serie (1994-2002) parla di un approccio spesso «funzionale a un punto di vista liberal» sia per l’eutanasia che per l’aborto; e non possiamo dire che su quest’ultimo argomento il punto di vista venga ribaltato nei grandi medical drama degli anni duemila. In Grey’s Anatomy (stagione 7, 2011), ad esempio, la dottoressa Cristina Yang — tra i principali personaggi del serial — sceglie di abortire perché non desidera avere figli, e quando in Private Practice (stagione 4, 2011) una donna alla diciannovesima settimana di gravidanza vuole abortire, incontra due pareri differenti: la dottoressa Bennett, con la nipotina di un anno tra le braccia, le parla di sua figlia rimasta incinta a sedici anni: «Io stessa l’ho spinta ad abortire, ma sono felice che non lo abbia fatto». Poi tocca alla dottoressa Montgomery: «È la tua scelta — spiega alla confusa paziente — solo tu puoi sapere se sei pronta ad avere un figlio. Le opinioni degli altri sono solo rumori di sottofondo; se vuoi tenere il bambino io ti sosterrò, se vuoi darlo in adozione ti aiuterò, se vuoi abortire io ti opererò. Non sono qui per giudicarti, ma per dirti che qualsiasi decisione tu prenda deve essere per te». La ragazza deciderà di abortire: la sua scelta e la sua vulnerabilità avranno la precedenza sulla fragilità di un feto di diciannove settimane.
Né si può dire che il Dr. House (otto stagioni dal 2004 al 2012) corra in soccorso del pensiero pro-life; un dettagliato libro di Vincenzo Comodo, dal titolo La bioetica del Dr. House (Roma, If Press, 2011, pagine 280, euro 10,40) descrive il famoso medico americano come «un abortista convinto». Certamente il Dr. House è un personaggio popolare e affascinante, uno di quelli in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica su temi delicati, ma anche di recapitare determinati pensieri e contribuire alla formazione di una coscienza. Perché le serie, di qualsiasi argomento trattino, non sono esclusivamente prodotti di intrattenimento, ma contemporaneamente contenitori in cui inserire messaggi, potenti altoparlanti con cui comunicare a vaste platee.
La longeva Beautiful, per esempio, storica regina delle soap opera, ha sfoderato il tema della maternità surrogata presentandoci una coppia sposata in cui la moglie si scopre essere stata in precedenza un uomo, e perciò, quando desidera avere un figlio chiede alla sorella — che accetta — di concepirlo al posto suo e di portare avanti la gravidanza.
Lo stesso tema della maternità surrogata entra con leggerezza nella prima stagione dell’americana Jane the Virgin (in Italia su Netflix, dal 2015), dove una ragazza ancora illibata rimane incinta perché un medico distratto le ha praticato per errore un’inseminazione artificiale. Dopo aver pensato di donare il figlio al padre biologico e alla moglie di lui, la giovane Jane decide di tenerlo.
Un filo sottile lega questa giocosa e vivace commedia alla fantascienza distopica di The handmaid’s Tale (2017), tratta dal romanzo di Margaret Atwood, che mostra un’agghiacciante regime in cui le poche donne rimaste fertili sono costrette a procreare subendo violenza, per poi vedersi strappati i propri figli. Siamo in un incubo, ma il dolore di queste povere madri comunica, al pari del gesto di Jane che tiene il suo bimbo, tutta la forza, la profondità e la tenerezza dell’amore che scorre tra una madre e un figlio biologico. 

di Edoardo Zaccagnini

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22 agosto 2019

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