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L’ultima cura
contro l’accelerazione disumanizzante

· In «Vivere con i libri» di Alberto Manguel ·

«Ero sicuro, senza doverne ripercorrere le pagine, che L’uomo che fu giovedì di Chesterton o una raccolta delle poesie di Pavese sarebbe stato esattamente ciò di cui avevo bisogno per mettere in parole quel che avrei provato una certa mattina».

Un uomo sta smontando la sua biblioteca. Non è uno qualsiasi: possiede più di trentacinquemila volumi ed è stato direttore della Biblioteca nazionale argentina. Si chiama Alberto Manguel, e ci sta raccontando la storia di un trauma, quello di un banale trasloco, che però lo costringerà a fare una scelta precisa di quali libri portare con sé e quali abbandonare.

Trasloco banale se visto da una prospettiva estranea all’amore per la lettura, ma causa di dolore coerente — e profondo — se vissuto da chi sa che la lettura è un dialogo continuo con l’Altro. Anche perché, come nota giustamente e onestamente, per la sua visione laica del mondo, l’autore, se è vero che i libri sono fatti di parole, «come Giovanni afferma chiaramente, non siamo noi a scoprire la Parola, ma è la Parola che raggiunge noi».

È lo stesso senso di vuoto causato dalla mancanza di una persona cara. «Il giorno in cui salutai per l’ultima volta la mia biblioteca in Francia mi sentivo spaventosamente triste»: triste come per la fine di una grande amicizia, scrive il protagonista che se ne deve andare dalla Loira per finire dall’altra parte dell’Atlantico.

Ma perché è così importante la presenza di un Chesterton poco vulgato, quello dell’Uomo che fu giovedì, almeno se messo in confronto con il televisivizzato Padre Brown? Perché Vivere con i libri. Un’elegia e dieci digressioni (Torino, Einaudi, 2018, pagine 128, euro 16), volume che racconta questo coerente dolore, vede il mondo da una prospettiva non strettamente religiosa. Diversità di scelte, anticonformismo rispetto alla morale tradizionale, cosmopolitismo vissuto e reale (nato in Argentina, l’autore si è poi trasferito presto in Israele dove il padre era ambasciatore, e poi di nuovo Argentina, Francia, Inghilterra, Italia, Canada, Tahiti, Stati Uniti) fanno di Manguel il rappresentante di una prospettiva — intesa in senso sia partitico che religioso — non confessionale. Per questo la citazione di un Chesterton così particolare e misconosciuto gli fa onore, perché quel romanzo del 1908, L’uomo che fu giovedì, è stato considerato (a torto) un racconto antimoderno.

In realtà l’«incubo», come recita il sottotitolo, è testimonianza, tra le più profonde, della debolezza di molti luoghi comuni anticristiani e della loro relatività modaiola. Ai primi del Novecento una borghesia annoiata che senza accorgersene bivaccava sull’orlo del precipizio, come metterà vent’anni dopo in rilievo Scott Fitzgerald, corteggiava il nichilismo anarchico fomentato da letture disperate e disperanti del darwinismo, del marxismo, del materialismo. La convinzione superficiale era che il cristiano coincidesse con il borghese soddisfatto di sé e indifferente ai problemi di quella parte della classe media che lentamente stava scivolando verso la proletarizzazione. Il «povero» poliziotto, sereno e umile, dimostra all’arrogante rappresentante dell’anarchia che ha attraversato, come Dante, il suo inferno per poter approdare alla fede: «Non è vero che non fummo spezzati mai: siamo stati dilaniati sulla ruota. Non è vero che non siamo discesi mai da questi troni: siamo discesi all’inferno».

Questo capovolgimento di prospettive è ben presente in un laico come Manguel, anche se altrove cade nella trappola della veloce superficialità di giudizio, ad esempio quando giudica sant’Agostino e la sua «intelligenza retorica» sulla scorta della sua presunta «misoginia e dei suoi pregiudizi razziali» senza approfondire.

Questo però fa capire quanto le sue preferenze siano esenti da condizionamenti e perciò onestamente super partes. Il riferimento alle Scritture è costante, perché in esse «la parola e il mondo sono strettamente interrelati», vale a dire rappresentano l’armonizzazione di parola e vita.

In poche parole, Vivere con i libri, su cui sembra aleggiare l’influenza benevola dell’antico amico Jorge Luis Borges, tramanda il profondo legame tra Parola e parole, e tra queste e la salute dell’anima, come sta dimostrando fin dagli anni Trenta del Novecento la Biblioterapia. Non tanto i libri virtuali, quelli on line, perché, afferma Manguel non senza ragione, sono impalpabili come fantasmi, e non si possono possedere i fantasmi, anzi, sono loro a poter possedere noi.

Una ulteriore conferma di come il libro, laico e/o “religioso”, sia davvero una delle poche cure rimasteci contro l’accelerazione acritica e disumanizzante dei nostri giorni, quella, che, per usare ancora una divertente — ma mica tanto, a pensarci bene — immagine di Manguel, ha «reinventato l’occhio onniveggente di Dio».

di Marco Testi

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12 dicembre 2019

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