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Lucidità e follia

· Cervantes e le origini del romanzo moderno ·

Il delirio anacronistico di Don Quijote era sociale e letterario a un tempo, consistendo nel prendere a modello di vita una letteratura inverosimile, e il narratore lo corregge mediante un’ottica che prende la vita come modello della letteratura. Tuttavia, il realismo profondo del Quijote si trova meno nello sviluppo di questo tema e nei particolari della trama che lo serve che nel linguaggio usato nella narrazione. Cervantes rivoluziona la finzione concependola non nello stile artificiale della letteratura, sulla falsariga di maggior prestigio all’epoca della sua maturità, ma nella prosa domestica della vita.

Gustave Doré, «Don Quijote» (XIX secolo)

Nessuno ignora che Don Quijote «è un matto mescolato, pieno di intervalli di lucidità» (ii, 18), né che «al di fuori delle sciocchezze che dice quando gli si pizzica la corda pazza, quando gli si parla d’altro, questo buon gentiluomo ragiona perfettamente e mostra di avere un intendimento del tutto chiaro e pacifico, di modo che, se non gli toccano le cavallerie, non vi sera chi non lo giudichi uomo di assai buon senso». Il lettore, tuttavia, si sente trasportare con identica forza dal Don Quijote folle, smisurato, grottesco e dal Don Quijote lucido, sensato e irreprensibile: ambedue risvegliano un’analoga simpatia e il piacere che produce il romanzo consiste principalmente nell’andirivieni dall’uno all’altro, nell’andirivieni tra le azioni nate dalla follia e le parole ispirate dalla lucidità.
Pochi piaceri superano quello di ascoltare Don Quijote dissertare e, soprattutto, conversare, maxime con Sancio Panza. I suoi discorsi più celebri (l’età dell’oro, le armi e le lettere) sono pezzi di bravura retorica, che come tali devono essere giudicati, ma la sua è sempre un’eloquenza facile, amena ed elegante. Da assennato o da folle, Don Quijote discorre con precisione e finezza di qualunque argomento che gli si ponga dinanzi — dalla giustizia alla politica, dall’adulazione ai premi letterari —, sfoggiando sempre una soprendente erudizione, sia per classificare gli arabismi del castigliano (ii, 67) sia per riferire che «nell’isola di Sicilia si sono trovate ossa di braccia e gambe e scapole così grandi da non poter essere che di giganti alti come torri: la geometria non ammette dubbi!» (ii, 1). Piatto non meno saporito è poi il seguire il suo modo di procedere nel dialogo: sempre intelligente, sempre ingegnoso (benché solo una o due volte Cervantes riferisca a Don Quijote quest’ultimo aggettivo nel corso della narrazione), sempre dotato di quell’estrema cortesia che in lui era d’obbligo (quando non ardeva d’ira cavalleresca), per non ferire l’interlocutore, ora lasciando parlare Sancio, perché lo scudiero cada nella rete, ora commentando con silenzi pieni di doppie intenzioni i punti deboli dell’avversario...
Nella letteratura di tutti i tempi, forse, nessun altro personaggio è riuscito a coniugare tanti valori autentici e illusori e a suscitare, in modo così duraturo e proprio, in virtù di tale mescolanza, la risata al pari dell’ammirazione. Una cosi singolare combinazione, con la cui teoria il lettore si identifica a volte nella stessa misura in cui si allontana prudentemente dalla corrispondente pratica, non risponde alla sapienza tradizionale del folle o del buffone, né risponde a ricetta letteraria alcuna quale «si mescolino sorrisi e lagrime»; nemmeno ricalca un qualche «modello reale» né riflette un qualche paradigma psicologico, di carattere. Contro la Poetica di Aristotele, che Cervantes venerava, Don Quijote non incarna un «universale», un disegno presente nella natura, ma lo inventa: al di là di qualunque verismo, egli crea la propria verosimiglianza e concepisce un prototipo che, solo a partire da lui, potrà applicarsi alla letteratura e alla realtà.
È quasi un miracolo (ed è il segreto di un arte e di un indole) il fatto che Cervantes potesse riunire in Don Quijote aspetti così contrapposti, contraddittori o, a prima vista, incompatibili, e ottenere un effetto così irresistibilmente naturale. E c’è bisogno di ricordare che un qualcosa di simile lo ritroviamo, a diversa scala, negli altri personaggi, con Sancio, naturalmente, davanti a tutti?
Don Chisciotte e le altre figure del polittico non sono né simboli né prototipi, né ricalcano a oltranza i «modelli vivi» postulati dal vecchio cervantismo: sono personaggi fino in fondo, creature letterarie la cui consistenza si misura dentro il testo e in relazione al testo. Il testo stabilisce le condizioni che rendono plausibile un comportamento o un carattere degli esseri che gli danno vita, è convincente secondo leggi sue proprie. E se qualcosa hanno i personaggi cervantini è proprio la capacità di convincerci: una verosimiglianza che non consiste nel presentarsi come un riflesso di gente con cui potremmo incontrarci per strada, ma nell’imporre come valido il mondo intero di cui fanno parte.

È accettabile, per esempio, che Don Chisciotte non venga fatto a pezzi alla prima occasione? O che non venga subito arrestato dalla Santa Hermandad? O il modo stesso in cui concilia assurdità e sensatezza? Certo che no. Ma il fatto è che l’inammissibilità dell’eroe e della trama non porta a eliminare come inverosimili gli elementi che accompagnano l’uno e l’altra: al contrario, la robusta veracità di persone e avvenimenti rafforza l’illusione realistica del filo conduttore principale. Sfiora il miracolo (ed é il segreto di un’arte e di un carattere) che Cervantes riuscisse a coniugare nel Chisciotte elementi di ordine così diverso e in don Chisciotte facce così contraddittorie ottenendo un effetto di cosi trascinante naturalità.

di Francisco Rico

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22 agosto 2019

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