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Con le ossa rotte

· Dopo l’ultima puntata di «Rocco Schiavone» ·

Che cosa c’è di meglio per rilassarsi dopo una giornata di lavoro che guardare un episodio di una nota serie televisiva, per di più molto seguita? La prospettiva, per chi come noi non lo fa quasi mai, è allettante. La serie televisiva dedicata al vice questore Rocco Schiavone, ispirata ai romanzi di Antonio Manzini e diretta da Michele Soavi, è girata in Valle d’Aosta, una regione famigliare per noi torinesi, vicini di casa. Il titolo della puntata da noi scelta è La costola di Adamo, un episodio celeberrimo per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la Sacra Scrittura. Il tutto ci conforta e ci invita ancor più. Sistemate le poltrone, abbassate le luci, regolato lo schienale, silenzio. 

Il vicequestore Rocco Schiavone nella serie diretta da Michele Soavi

Sprofondiamo nel chiarore della televisione senza sapere che ne riemergeremo dopo poco meno di due ore con le ossa rotte. Perché? Nella fiction viene consegnato alla giustizia un uomo, Patrizio Baudo, che da anni picchia con violenza la moglie Ester fino a indurla al suicidio. Tutti vorremmo che simili persone pagassero il conto con la giustizia ma in questo caso le cose non sono così limpide.
In una delle scene finali il vicequestore Schiavone, dopo una brillante indagine condotta anche con la lucidità artificiale che deriva dall’uso mattutino regolare di marijuana («Una preghiera laica» la definisce lui stesso rifacendosi a Hegel che però si riferiva alla lettura dei giornali), scopre un indizio che scagiona del tutto il presunto omicida dal capo d’imputazione: uno scontrino di un parcheggio attesta che all’ora del presunto delitto Patrizio semplicemente non era in casa.
Ora, per chi come noi è abituato al concetto di giustizia dell’ispettore Derrick ligio fino all’ultimo anche quando deve rinunciare con sofferenza a incastrare del tutto un uomo malvagio, il colpo è forte: siamo pronti a vedere Patrizio scagionato e accusato di pur gravissime lesioni personali che hanno spinto la moglie al suicidio. Nulla di tutto ciò: i nostri occhi non credono a quello che vedono. «Io e te soli — dice il vicequestore a un collaboratore — io e te soli», ripete. La prova decisiva va in fumo incenerita da Schiavone davanti a milioni di spettatori, altro che «io e te soli», ci viene da pensare con un brivido.
La scena successiva vede il vicequestore precipitarsi a rassicurare l’amica omosessuale di Ester che sta scappando da Aosta pensando di essere accusata di aver aiutato la povera donna a mettere in atto il suicidio con il piano di simulare un omicidio per farne ricadere la colpa sul marito Patrizio: «Resta pure a casa, stai tranquilla», le dice Schiavone. Siamo allo stremo: abbiamo digerito molti particolari macabri delle scene girate all’obitorio, abbiamo superato il costante turpiloquio di Schiavone, siamo usciti a stento dalle scene in cui quest’ultimo fa uso della violenza fisica contro colpevoli di delitti orrendi (ma che non per questo devono essere picchiati in un capannone abbandonato o in questura) ma non riusciamo a riprenderci da un vicequestore che brucia una prova decisiva davanti a milioni di italiani.
Se poi aggiungiamo che l’amica di Ester, proprietaria di una libreria, definisce «storiella» l’episodio biblico tratto dal libro della Genesi che ispira il titolo, che il violento Patrizio è seguito da un sacerdote come direttore spirituale il quale, per di più nel magnifico e da noi amatissimo chiostro della chiesa di Sant’Orso ad Aosta, afferma che «se un sacerdote non serve a salvare almeno una famiglia a che cosa serve?» e gli sferra un pugno, che spesso il regista indugia sullo svolazzante crocifisso al collo di Patrizio, i giochi sono fatti.
Ci alziamo e andiamo a dormire, parliamo poco e presto sogniamo. Ci appaiono vicequestori che si battono per la verità, conservano con cura le più piccole prove senza fumare marijuana e non picchiano mai nessuno, sacerdoti che salvano intere popolazioni per il solo fatto di essere fedeli al loro Signore e, perché no, mariti che si pentono e, scontando la loro giusta pena, diventano un esempio per altri.

di Ferdinando Cancelli

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19 agosto 2018

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