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Luce verde

· Nell’anniversario della morte di Francis Scott Fitzgerald ·

Nell'anniversario della morte dello scrittore statunitense Franc Scott Fitzgerald (21 dicembre 1940) Gabriele Nicolò ed Emilio Ranzato analizzano due versanti: quello strettamente letterario e quello cinematografico (ovvero i film tratti dalle sue opere. 

Nel fondo oscuro su cui poggia la narrativa di Fitzgerald - scrive Nicolò - si agitano fantasmi e ossessioni (dall’auri sacra fames di virgiliana memoria al corrosivo vizio del bere). E la vena pessimistica, sempre vibrante, irride le grandi ambizioni e i sogni di gloria. «A volte è più difficile privarsi di un dolore che di un piacere», scrive l’autore statunitense in Tender is the Night (1934): un’espressione che compendia la sua morbosa tensione ad abbracciare il versante ostile e travagliato dell’esistenza, a detrimento di un sereno abbandono, sebbene sterile, ai suoi aspetti solari. 

Carey Mulligan e Leonardo Di Caprio  in «The Great Gatsby» (2013)

Fitzgerald, ricorda l'articolo, apparteneva alla corrente letteraria della cosiddetta Lost generation (che, tra gli altri, annovera Hemingway e Dos Passos), un gruppo di scrittori nati verso la fine dell’Ottocento, che si stabilì in Francia negli anni Venti del secolo successivo: anni che passarono alla storia come quelli dell’età del jazz, quando — come acutamente osservò Fernanda Pivano — si manifestarono «le utopie più ottimistiche e le delusioni più spietate». E questa fase viene immortalata dallo scrittore nel libro Tales of the Jazz Age (1950): le voci, i gesti, gli emblemi esteriori e labili di quel mondo di belli e dannati appaiono, in quest’opera, come riflessi di uno specchio deformante, fino a essere dirottati in una sfera magica e surreale.
Nello stesso tempo Fitzgerald veniva affilando la lama dell’ironia, da far penetrare nel cuore di una cultura, a suo dire, pedante e parruccona. Proprio nel 1920 compose This Side of Paradise, un romanzo che si dispiega — sull’inquieto sfondo del primo dopoguerra — in una galleria di personaggi eccentrici e bislacchi. Ecco allora campeggiare, in pagine dai toni sarcastici, la gioventù americana non ancora disincantata, votata a sognare, e in grande. Per loro vigila la pietà, intrisa di cinismo, dello scrittore.
E a proposito dell’ironia, non a caso, già all’inizio di This Side of Paradise, precisamente alla terza riga, Fitzgerald lancia la prima di una serie di staffilate: il padre di uno dei protagonisti del romanzo, Amory Blaine, aveva l’abitudine di «sonnecchiare sopra l’Enciclopedia britannica». L’erudizione libresca era uno degli obiettivi polemici privilegiati: del resto la sua ironia si era forgiata al fuoco dell’impietosa mordacità di Bernard Shaw e Oscar Wilde, avidamente letti.
Certo è - sottolinea Nicolò - che la gloria postuma di Fitzgerald si nutre principalmente della linfa che percorre il suo capolavoro The Great Gatsby (1925) elogiato da T.S. Eliot come «il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James». Fu il frutto di un labor limae estenuante: negli ambienti letterari di allora si sussurrava che con i fogli scartati dalla versione definitiva si poteva ricavare un altro romanzo. Gatsby, con il suo amore per Daisy dagli effetti laceranti, finisce per assurgere a eroe romantico, tanto da arrivare a sacrificare la vita al suo sogno. Ma, in filigrana, il vero protagonista del romanzo è il narratore, Nick, l’unico vero amico di Gatsby, alla prova dei fatti. Novello Orazio, spetterà a lui tramandare il messaggio derivante dalla drammatica vicenda di Gatsby, la cui figura riecheggia Amleto, avvolto da una ruvida solitudine nella sua villa di Long Island, e destinato a essere tradito da un mondo marcio, dominato dalla brutalità e dalla corruzione.
È un mondo che non permetterà a Gatsby di coronare il suo sogno, facendosene, anzi, beffe. Sembrava sempre sul punto di raggiungerlo, «ma non sapeva che il sogno era già alle sue spalle». Eppure non tutto è perduto: in fondo al tunnel brilla quella «luce verde», simbolo di amore, di gloria, di voglia di vivere, su cui Gatsby aveva investito tutto il suo essere. E lo struggente anelito ad agguantare quella luce, a fronte di una realtà sempre più ostile, rimane.
«Così — scrive Fitzgerald nella celeberrima chiusa — continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato».
Nel suo articolo Ranzato evidenzia che Fitzgerald era un amante del cinema e per un periodo tentò anche la carriera di sceneggiatore. Purtroppo, come spesso capita ai protagonisti dei suoi romanzi, è stato un amante deluso. Se non altro per quanto riguarda i risultati, perché invece l’interesse nei confronti delle sue opere il grande schermo l’ha manifestato in più occasioni, e anche precocemente.
Il suo capolavoro, The great Gatsby (1925), è stato trasposto ben quattro volte, la prima delle quali già nel 1926 per mano di Herbert Brenon. Quest’ultima pellicola purtroppo è andata perduta e ne rimangono soltanto alcuni frammenti. È un gran peccato, perché sarebbe stato davvero interessante vedere come gli autori avessero reso in tempo reale l’atmosfera febbrile dell’età del jazz, un aspetto che si è rivelato come la sfida più difficile per le altre riduzioni fitzgeraldiane.
The Great Gatsby del 1946, firmato da Elliott Nugent, è piuttosto impacciato. Alan Ladd come protagonista è francamente ridicolo, ma non è aiutato affatto da una sceneggiatura che — come imponeva lo studio-system di allora a qualsiasi prodotto medio — cerca di appoggiarsi di continuo sui generi classici, impresa in questo caso impossibile visti i mezzi toni, le allusioni, le oscurità di cui è piena la scrittura di Fitzgerald.
E allora ecco il gangster-movie per descrivere il passato losco di Gatsby, che nel prologo vediamo addirittura impegnato in una sparatoria in stile Scarface; il melodramma nella parte centrale; il noir nell’epilogo. E anche un pizzico di atmosfera da screwball comedy nella scena in cui Gatsby e Daisy si rincontrano dopo anni. Quest’ultima è interpretata da Betty Field con tratti sin troppo maturi, pacati e controllati, tanto da rendere ingiustificata la sua amorale superficialità nel finale.
Ancora peggiore è il Nick Carraway interpretato da Macdonald Carey, molto lontano dall’ingenuo candore con cui il personaggio del libro si avvicina al mondo di Gatsby e dei coniugi Buchanan, fondamentale per far risaltare l’ambiguità del protagonista ma anche il suo spessore umano a confronto di un ambiente arido.
Con la versione del 1974 si fanno dei passi in avanti, ma i difetti gravi anche stavolta non mancano. E si devono in gran parte alla scelta davvero strana di ingaggiare un regista inglese, Jack Clayton — peraltro raffinato e autore in precedenza di un capolavoro come Suspense (1961) — per questa che è una delle storie più americane mai raccontate.
In certi momenti sembra proprio di avere a che fare con il peggiore cinema britannico: mancanza di ritmo, illusione di poter far reggere tutto il film sugli attori, e un’aria inamidata e vagamente archeologica che diventa imbarazzante nei momenti in cui si cerca di descrivere il folle divertimento dei ricevimenti del padrone di casa. Inoltre Mia Farrow nella parte di Daisy, dall’aspetto emaciato e perennemente angosciato, sembra appena uscita da Rosemary’s baby. In compenso Robert Redford nei panni del protagonista è in gran forma, e il ritmo lento della regia se nella prima parte è inadeguato, nella seconda riesce a intercettare la languida malinconia delle pagine fitzgeraldiane.
Criticatissimo quasi da tutti, il recente Gatsby di Baz Luhrmann non è affatto il peggiore. Sicuramente il cinema adrenalinico del regista australiano è perfetto per restituire l’atmosfera concitata del lato più delirante di quel decennio, e non sfigura nemmeno quando si cimenta nel raccontare un’esistenza sprecata a causa di un amore perduto, anche perché Carey Mulligan e Leonardo Di Caprio sono una coppia di amanti perfettamente in parte. È vero però che il linguaggio cinematograficamente iperrealista è svantaggioso quando si tratta di dare quell’alone di mistero su cui si basa gran parte del personaggio. In tal senso la scelta di un attore famoso e altrove spesso protagonista quale Tobey Maguire nel ruolo di Carraway, così come la promozione del personaggio a scrittore, è una mossa astuta, perché aiuta a distanziare un po’ il punto di vista, e attenua di conseguenza l’effetto di un Gatsby sin troppo trasparente.

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