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Luce di Napoli

· In un romanzo di Lorenzo Marone ·

Ci sono scrittori che prendono il lettore per mano e lo conducono con passo rapido e felice fino all’ultima pagina. È il caso di Lorenzo Marone che con Magari domani resto (Milano, Feltrinelli, 2017, pagine 316, euro 16,50) torna a declinare quel dono narrativo già emerso nei due romanzi precedenti (La tentazione di essere felici e La tristezza ha il sonno leggero, Longanesi, rispettivamente 2015 e 2016). Una sorta di trittico involontario dove non c’è centralità perché l’immaginazione si concentra attorno a tre protagonisti tutti a loro modo memorabili: l’anziano Cesare Annunziata capace di coltivare sogni che non hanno niente di senile, Erri Gargiulo che alla soglia dei quarant’anni si confronta con la difficile arte di diventare adulti e adesso Luce Di Notte.

Felice Giordano, «Bancarelle napoletane»

Trentenne, avvocato, una femminilità rabbiosamente celata dietro capelli corti e anfibi, una madre rigida e di poche parole con la quale l’amore passa attraverso il conflitto, un fratello che ha scelto di andar via e di vivere al nord, un padre che ha abbandonato anni prima moglie e figli, e che è morto senza rivederli. Un padre amato e perduto che Luce ha cercato disperatamente di trattenere, facendo sue quelle poche parole che restano di lui: «Non ho paura di niente».

Onesta, sensibile, vitale, tenace, appassionata e insieme spaventata dai sentimenti, Luce attraversa la vita con la sua grazia sbrigativa senza porsi troppe domande, finché alcuni incontri non le fanno guardare il mondo con occhi nuovi. Un musicista filosofo che è un vicino di casa saggio e accogliente, un cucciolo di cane trovato tra i bidoni della spazzatura, un artista di strada mite e gentile capace di farle battere il cuore deluso da un precedente abbandono. Su tutto una causa per l’affidamento di un minore che sembra solo lavoro, ma che diventerà vita.

L’incontro con il piccolo Kevin, un bambino uscito magicamente indenne dal suo difficile ambiente familiare, con la sua mamma fragile e sgargiante ma legatissima al figlio, con il padre camorrista convinto di poter avere nella vita tutto ciò che vuole, rappresenta la parte buona della realtà che, a saperla riconoscere, permette di rimettere in gioco l’esistenza. E Luce vede ciò che si cela dietro l’abitudine ad accettare, a non indignarsi, a subire in silenzio. Perché miserie, inganni, soprusi e compromessi, anche se piccoli, si addizionano gli uni agli altri e finiscono col diventare grandi facendo del male agli innocenti e rendendo complice chi non si ribella.

Così Luce trova il coraggio di dire no, di schierarsi al fianco del più debole, di scegliere un’altra strada, ma anche di comprendere e perdonare quello che c’è da comprendere e perdonare. Mentre si compie questo percorso di formazione Lorenzo Marone dipana tante altre storie — piccoli gioielli come la rondine che ha paura della libertà — e poi arrotola il filo a formare un gomitolo perfetto, dove la rotondità è un modo sapiente di includere tutto.

Lo scrittore legge nel fondo e colora la vita dei suoi personaggi che non hanno mai l’inconsistenza o la marginalità di comparse ma sono capaci sempre, anche per brevi apparizioni, di lasciare un segno forte. Un gesto, una parola, una riflessione uscita a sorpresa in mezzo ai sentimenti ed ecco che il personaggio è lì davanti agli occhi del lettore, pronto a scendere nel cuore del lettore.

La stessa attenzione è dedicata alla città dove si svolge la storia. Napoli, così ricca, complessa e contraddittoria, è una realtà sempre ingombrante in letteratura. La Napoli di Lorenzo Marone è straordinariamente misurata perché non è descritta dall’alto o dal basso, come spesso avviene, ma da una medietà che è garanzia di uno sguardo largo e aperto. Una Napoli che non pretende di essere protagonista, ma nello stesso tempo non si ritrae a inerte fondale. Rifiutati vecchi e nuovi stereotipi, avanza una città che viene descritta per qualche suggestivo scorcio: la curva di Posillipo dove il mondo appare «dolce, morbido e pieno di colori tenui», la folla di via Toledo, i vicoli stretti dei quartieri spagnoli, il Vesuvio splendente di «lucine», le case piccole e scavate nel tufo, le scogliere frangiflutti «che tengono lontano il mare dalla città di mare».

Una Napoli dolente e meravigliosa raccontata soprattutto attraverso la sua lingua che, come una rete a strascico, raccoglie ciò che trova, ma che Marone sa poi distendere sulla pagina con una densità emotiva che va oltre le frontiere del realismo espressivo. Una lingua che a volte è un’armoniosa miscela di italiano e dialetto, altre un italiano che scivola nel napoletano, altre ancora una lingua che attinge al dialetto per scarti improvvisi e folgoranti. Una lingua a tratti dura, «petrosa», quasi violenta che sa sciogliersi in struggenti tenerezze.

di Francesca Romana de’ Angelis

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14 ottobre 2019

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