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In lotta
con il proprio nome

· Un libro sul dramma dei figli dei boss ·

«I figli dei boss sono i figli del male?». Con questa domanda si apre e chiude idealmente Figli dei boss. Vite in cerca di riscatto, libro scritto da Dario Cirrincione ed edito da San Paolo (Cinisello Balsamo, 2019, pagine 224, euro 17). Un interrogativo che è un filo rosso tra storie che hanno per protagonisti bambini e adolescenti cresciuti in famiglie di mafia, camorra, ’ndrangheta e sacra corona unita. Vite spesso al limite tra la voglia di riscatto sociale e la sensazione di un destino quasi ineluttabile.

Antonio Piccirillo

Alfonso, Vita Maria, Vincenzo, solo per citare alcuni di loro, hanno la stessa voce delle maschere di una tragedia greca: giovani, alle soglie dell’età adulta, che portano sulle spalle il peso dell’agnitio, il riconoscimento di una verità familiare spesso caustica. Per tanti di loro, il nome che si porta è qualcosa di cui si vorrebbe fare a meno, ma può essere anche il germe di una rivoluzione interiore. Lo ha dimostrato Antonio Piccirillo, 23 anni, intervenuto domenica alla marcia contro la camorra DisarmiAmo Napoli, svoltasi nel capoluogo campano dopo il ferimento di una bambina di soli 4 anni: «Io sono Antonio Piccirillo, figlio di Rosario Piccirillo, che ha fatto scelte sbagliate nella vita. È un camorrista. E io voglio lanciare un messaggio ai figli di queste persone: amate sempre i vostri padri ma dissociatevi dal loro stile di vita. Perché la camorra è ignobile, ha sempre fatto schifo e non ha mai ripagato». Urlando il suo “no” alla camorra, ha aggiunto: «Credo di aver fatto un atto d’amore anche verso mio padre».

C’è tanto di rivoluzionario nelle sue parole, feconde di quel mistero insondabile che è l’amore. Come accade per il carcere, che per tanti figli di boss — come Antonio — dismette l’aura sterile della detenzione e diventa un’anticamera della riconciliazione familiare, dove il male dei padri si estingue quando è purificato dal loro stesso sangue.

Ogni pagina del libro, scritto con rigore giornalistico, è uno spaccato di vite che non si rassegnano, malgrado la sofferenza. C’è chi non riesce a scrollarsi di dosso un atavico senso di colpa, come Rita, figlia del boss Vito Atria e prima collaboratrice di giustizia, che si toglie la vita poco dopo la morte del giudice Borsellino. La sua esistenza, stroncata nel fiore degli anni, è l’esempio vulnerabile di una trama criminale dove i legami di sangue giustificano azioni spesso efferate. «L’unica speranza è non arrendersi mai (...) al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle» scriveva nel suo diario la ragazza, nonostante tutto.

In queste dimensioni familiari lacerate, alcuni figli e figlie smuovono terra e piantano speranza. Come quella fecondata da Vincenzo, figlio del boss della Sanità, Giulio Pirozzi, che dice: «I figli sono il riscatto dei padri». Queste “vittime di mafia” reclamano il diritto a essere figli perché solo facendo memoria delle radici possono riappropriarsi di una libertà spesso negata dall’opinione pubblica: «C’è anche una via di mezzo» dice Tiberio La Torre, ed è quasi un sussurro di speranza.

La criminalità minorile oggi in Italia è un’emergenza nazionale: nel libro, Cirrincione riporta che, negli ultimi vent’anni, il Tribunale per i minorenni della Regione Calabria ha trattato più di 150 provvedimenti per reati di criminalità organizzata consumati da minori. A chi pensa che il fenomeno coinvolga solo il Mezzogiorno, basti citare l’allarme lanciato poche settimane fa dal ministero della Giustizia italiano sulla criminalità minorile in Lombardia: nel 2018, i minorenni e i giovani adulti incarcerati erano 500 in più rispetto all’anno precedente.

Dietro queste cifre, l’autore non parteggia, né trae bilanci affrettati, ma raccoglie testimonianze e sfida i pregiudizi sociali. Tant’è che, dopo averle passate in rassegna, sorge un interrogativo: siamo pronti a riscattare questi figli di boss? La società civile non sempre è disposta a perdonare loro quello che rappresentano. C’è un “non detto”, la sensazione che il male che rappresentano sia imbarazzante e, come tale, sarebbe opportuno liberarsene. In una illusoria civiltà senza morte il figlio del boss diventa un insulto a una fantomatica, quanto irreale, idea di purezza civica.

I figli diventano doppiamente eroi perché da un lato sono scissi dalla sensazione di non essere degni di alcuna felicità, dall’altro si sentono schiacciati da quello che — parafrasando Carlo Emilio Gadda — è «il gravame comune delle colpe». Questi giovani si sentono, spesso, doppiamente traditi sia dalla famiglia che dallo Stato, per il quale non vale il principio costituzionale dell’autonomia familiare. Il libro non cede all’idea di una morale di Stato imposta, ma pone tali “testimoni di verità” nella condizione di scegliere liberamente il sistema di valori cui ispirare la propria vita.

È come guardare dentro le feritoie: gli scritti di Tiberio La Torre o la musica di Tommy Parisi, solo per citare le forme d’arte espresse da alcuni figli di boss, fanno pensare al mistero della redenzione che s’insinua anche nelle relazioni “tossiche” tra mafiosi, quella forza trascendente che tocca, nel bene e nel male, tutti noi, convertendo finanche la morte in dono.

«Nel morire, noi consegniamo l’eredità a coloro che ci sopravvivono» scriveva Jacques Derrida. I dialoghi appassionati dei quali Cirrincione diventa cronista attivo e testimone di verità, smuovono una superficie di pregiudizi e coincidono con un desiderio profondo di una identità: auspicio non semplice, perché richiede di tirar fuori la duplicità costitutiva dell’animo umano, anche per mezzo di forme creative, come il monologo che Vincenzo dedica al padre Giulio Pirozzi, boss della camorra: «L’ho recitato una volta e non lo reciterò mai più» dice. Con la sua stringente voglia di restare nel rione Sanità, Vincenzo è esempio per tutti quelli che come lui vogliono stare al mondo, consapevole di doverci fare i conti: «Io sono Vincenzo Pirozzi, figlio di Giulio (...) È la realtà», afferma.

Su questa voglia di riscatto s’innesta il progetto Liberi di scegliere, che raggruppa tutti i ragazzi desiderosi di sgravarsi da un marchio loro imposto a priori: «Si tratta di passare dalla predestinazione alla libertà di scegliere» dice lo psicologo Enrico Interdonato, impegnato nel recupero dei minorenni.

Nel libro c’è una cura particolare nella testimonianza delle donne, figlie o mogli di boss per le quali l’onta del nome si lega alla frustrazione di un ruolo sociale quasi sempre abortito. In loro, che spesso recano i segni di un’emarginazione profonda, il coraggio ha un peso forse maggiore. Come in Pietra Aiello, che esclama dignitosa: «Preferisco una brutta verità a una bella bugia». In lei, come in Vincenzo, Nicola e tanti altri figli di boss, c’è la fiduciosa attesa nella parola fine per la mafia: un traguardo possibile che, come essi stessi mostrano, si può raggiungere se ci si riconcilia con il proprio passato. Nelle loro storie, vengono in mente Sem e Iafet, i figli di Noè che ricoprono il padre, nudo e ubriaco, rispettandolo malgrado il degrado (Genesi 9). È questo, in fondo, il desiderio dei figli: salvare qualcosa dei loro padri, nonostante tutto.

di Marco Grieco

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21 settembre 2019

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