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L’orizzonte a Parigi

· ​Kerry esclude trattati vincolanti alla conferenza sul clima ·

In un futuro nemmeno troppo lontano la base navale di Norfolk, in Virginia, potrebbe essere sommersa dal mare, il cui livello — secondo le più accreditate analisi scientifiche — è destinato a salire se non verrà posto un freno al surriscaldamento globale. Ma è stato proprio dalla base della marina militare statunitense che il segretario di Stato, John Kerry, ha rilasciato un’intervista al «Financial Times» per sottolineare che la prossima e attesissima conferenza di Parigi sul clima non produrrà un trattato vincolante.

Secondo il capo della diplomazia a stelle e strisce, nella capitale francese verrà invece raggiunta un’intesa che veicolerà significativi investimenti verso un modello economico meno dipendente dalle fonti energetiche fossili. Niente limiti internazionali obbligatori per le emissioni di gas serra, quindi, come invece era accaduto nel 1997 a Kyoto, dove fu siglato un trattato che obbligava i Paesi che l’avrebbero ratificato al rispetto di certi standard. Com’è noto, l’accordo maturato in Giappone è poi naufragato proprio a causa della mancata ratifica da parte di alcune Nazioni, tra le quali gli Stati Uniti, che pure l’avevano in precedenza sottoscritto.

La conferenza di Parigi, denominata Cop21, è stata fortemente voluta dell’Onu per offrire alla comunità internazionale la possibilità di elaborare uno strumento, anche giuridico, più efficace del trattato di Kyoto. Uno strumento capace di rispondere alle grandi sfide poste dai mutamenti climatici, i cui danni — ora riconosciuti quasi unanimemente — innescano una spirale di povertà, fame, migrazioni, schiavitù a scapito soprattutto delle popolazioni più deboli. Quelle cioè meno responsabili dell’inquinamento globale.

Le affermazioni di John Kerry rischiano di gettare un’ombra sulla conferenza di Parigi ancora prima della sua apertura ufficiale. Esse fanno infatti comprendere che, almeno dal punto di vista statunitense, il summit non è destinato a concludersi con un impegno politico preciso e duraturo. Come invece viene auspicato da molti altri Paesi, a cominciare da quelli dell’Unione europea.

Eppure un anno fa il presidente Barack Obama, insieme al presidente cinese, Xi Jinping, aveva annunciato da Pechino un accordo bilaterale per la drastica riduzione delle emissioni dannose da parte delle due principali potenze economiche, responsabili, da sole, di circa il 45 per cento dei gas serra prodotti nel mondo. L’intesa tra Stati Uniti e Cina — ribadita e rinforzata poche settimane fa in un incontro svoltosi alla Casa Bianca — introduceva anche degli obiettivi: Washington si impegnava a ridurre le emissioni di circa il 28 per cento entro il 2025, Pechino prometteva invece di fermarne l’aumento entro il 2030.

Della lotta al degrado ambientale questa amministrazione statunitense ha fatto una delle sue priorità, come testimonia anche la recentissima bocciatura del progetto di un mega-oledotto. Cosa impedisce allora agli Stati Uniti di farsi promotori in sede Onu di un accordo vincolante? Forse viene valutata la possibilità che il Congresso, controllato dai repubblicani, possa esprimersi contro il trattato in sede di ratifica. O forse altre considerazioni prevalgono, mentre si sta per aprire la stagione che porterà all’elezione del successore di Barack Obama. Proprio per le sue ricadute globali, l’appuntamento di Parigi meriterebbe invece di essere affrontato con un orizzonte molto più ampio rispetto a quello domestico.

di Giuseppe Fiorentino

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18 marzo 2019

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