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L’oriente sempre più vicino

· Antichi templi e grattacieli a Baku ·

Sospesa tra antichi palazzi e architetture di Zaha Hadid. È Baku, capitale all’avanguardia di un Azerbaigian in continua metamorfosi. Dove antichi vicoli di pietra incrociano grandi viali, ristoranti di design e nuovi hotel. Sorprendente hi-tech orientaleggiante, sguardo fisso sul futuro. 

Da periferia di Mosca, la città in vent’anni ha fatto incredibili passi in avanti. Oltre la Parigi che emulava alla fine dell’Ottocento e oltre la Dubai che imita oggi con le sue torri fiammeggianti in cerca di una identità che parla di progresso, educazione e libertà religiosa. Terra ancora da scoprire da parte dei moderni viaggiatori, Baku è stata tuttavia già notata da architetti e cool hunter che la stanno colonizzando, trasformandola e nutrendola di energie creative. Grandi opere sono in costruzione in vista della prima edizione dei Giochi europei che Baku ospiterà dal 12 al 28 giugno.

In attesa di questo evento internazionale la first lady, Mehriban Aliyeva, ha visitato i monumenti più belli del Paese per accertarsi che tutto fosse perfetto. Perché, seppure proiettato verso il futuro come amava ripetere l’ex presidente Heydar Aliyev, l’Azerbaigian si porta dietro una storia antica e ricca di tanti influssi. Dallo zoroastranesimo fino al periodo ateo imposto dalla dominazione sovietica, passando per il giudaesimo, il cristianesimo e l’islam.

Siamo nel Caucaso con la Russia, l’Armenia e l’Iran ai confini. A un primo sguardo Baku si mostra con il suo skyline arabesque e futuristico dove di notte il buio si accende di led girevoli e intermittenti dall’alto delle torri di fuoco, le tre flame towers (rispettivamente 190, 160 e 140 metri) che rappresentano la radicale trasformazione della città. Con la loro forma ricordano il fuoco, simbolo fortemente legato alla capitale azera, e si trasformano in enormi schermi dai giochi di luce in perenne movimento. In scena una gigantomania diffusa: in parte lasciata dalla lunga presenza sovietica, in parte chiamata a sottolineare l’opulenza del grande business petrolifero. Tutto — tranne il cuore della città vecchia, tra stradine di ciottoli e antichi palazzi — è in formatoxl: ciclopiche piazze e viali, colossali edifici in stile mitteleuropeo della fine dell’Ottocento, quando Baku era residenza dei petrolieri arrivati da più parti del mondo. Vale davvero il viaggio l’effetto worldwide in questo Vicino oriente.

A vent’anni dalla dissoluzione dell’Unione sovietica, Baku è una città in rapida trasformazione che tuttavia non dimentica la sua storia. La città dei venti nella terra del fuoco conserva memoria dei tempi passati nella misteriosa Torre della Vergine e nella città medievale che gli azeri chiamano Icheri Sheher — oggi patrimonio Unesco — dove si possono visitare le più antiche costruzioni islamiche di tutto il Paese come pure alcuni caravanserragli del XV secolo. Su tutto svetta il Palazzo degli Shirvanshah costruito dal re di Shirvan, Khalilullah i. Gli Shirvanshah erano seguaci della confraternita sufi degli Halveti. E non a caso, al suo interno, il palazzo ospita il mausoleo del mistico sufi Seyid Yahya Bakuvi che dovette godere di enorme fama se addirittura la sua tomba fu voluta all’interno della residenza reale.

Il passato rivive ancora alle porte di Baku, nella penisola di Absheron. Qui fra la selva di pozzi di petrolio nel sobborgo di Suraxani si trova il tempio di Ateshgah costruito dagli zoroastriani dove le rocce sputavano già allora lingue di fuoco per la presenza di gas nel sottosuolo. Nessun luogo poteva essere più sacro per i seguaci di Zarathustra, adoratori dei quattro elementi: fuoco, acqua, aria e terra.

Fu proprio l’avventura del petrolio estratto qui a fine Ottocento da un gruppo di industriali europei, a trasformare il volto di Baku. Robert Nobel (il fratello di Alfred) e altri imprenditori divennero ricchissimi e con lo sfruttamento dell’oro nero costruirono i favolosi palazzi del centro cittadino. Un caleidoscopio architettonico dove l’art nouveau mostra il suo lato più eclettico con edifici neo-gotici, neo-moreschi, neo-rinascimentali. Stili che si mescolano a costruzioni ottomane, persiane, barocche e neo-palladiane e all’imponenza neoclassica del Soviet Empire.

Per la loro famiglia, i Nobel costruirono qui Villa Petrolea dove vissero per quasi 40 anni creando una vera e propria oasi, un bellissimo parco nella famosa Black City. Dopo l’arrivo dell’armata rossa, nel 1920, la villa cadde in rovina e soltanto nel 2007 fu avviato un restauro dell’edificio. Oggi Villa Petrolea ospita il Museo dei fratelli Nobel e il Baku Nobel Oil Club.

di Rossella Fabiani

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17 settembre 2019

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