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L’Oriente
che è in noi

· Quale cura pastorale per i fedeli di rito non latino immigrati in Occidente ·

A cinquant’anni dal concilio Vaticano II e dalla pubblicazione del decreto Orientalium ecclesiarum (oe), e a venticinque anni dalla promulgazione del «Codex canonum Ecclesiarum Orientalium» (Cceo) è opportuno un bilancio circa lo status quaestionis che tutt’oggi viene dibattuto, cioè della potestà dei patriarchi e dei loro sinodi fuori dai confini del territorio della Chiesa patriarcale.

Si tratta di una problematica ecclesiologica, canonica e pastorale che include la nozione del territorio, la natura della potestà ecclesiastica, l’ambito d’applicazione della legge, e soprattutto la cura pastorale dei milioni di fedeli cattolici orientali emigrati negli ultimi due secoli in occidente e sparsi oggi in tutto il mondo.

Il principio di territorialità dell’esercizio della potestà episcopale è stabilito sin dall’antichità, come attestano i sacri canones, e la cui trasgressione comportava gravi misure penali. Indicativamente, ne parlano il canone 34 degli Apostoli, i canoni 13 e 22 del sinodo di Antiochia (341), e il canone 2 del concilio ecumenico di Costantinopoli I (381). Quest’ultimo prescrive che «i vescovi di una diocesi non intervengano nelle Chiese situate fuori dai loro confini, né le gettino nel disordine. A meno che non vengano chiamati, i vescovi non escano dalla propria diocesi per ordinazioni e altri atti del loro ministero». 

di Dimitrios Salachas

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26 febbraio 2020

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