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L’orientalista

· È morto lo storico dell’islam Bernard Lewis ·

«Per alcuni sono un genio, per altri sono il diavolo incarnato» amava dire lo storico Bernard Lewis presentandosi ad allievi, colleghi e giornalisti che lo cercavano spesso per intervistarlo. Lewis è morto il 19 maggio in una casa di riposo a Voorhees, nel New Jersey, a pochi giorni di distanza dal suo centoduesimo compleanno. L’annuncio della scomparsa è stato dato da Bouncy Churchill al «Washington Post».

I suoi libri hanno influenzato intere generazioni di studiosi della civiltà islamica, e le sue prese di posizione sui temi più scottanti della politica internazionale e sulle querelle storiche più controverse sono state sempre al centro di dibattiti molto accesi, uscendo dai ristretti ambiti accademici per approdare sulle prime pagine dei quotidiani. A lui, ad esempio, si deve l’espressione «scontro di civiltà», di solito attribuita a Samuel P. Hungtington.

«Il fatto di avere dedicato la sua vita allo studio del Medio Oriente, regione funestata da una serie impressionante di conflitti sanguinosi dalla caduta dell’impero ottomano in poi — scrive Antonio Carioti sul «Corriere della sera» ricordando lo studioso britannico naturalizzato americano — lo aveva esposto a polemiche su temi molto delicati: il giudizio sulla decadenza araba, le stragi inflitte agli armeni, le vicende dello Stato d’Israele, la guerra al terrore dopo l’11 settembre. Ma neanche i suoi critici più feroci potevano negare la competenza e la passione di un autore che, dotato di conoscenze linguistiche eccezionali, sin da giovane aveva scandagliato gli archivi arabi e soprattutto ottomani, producendo lavori di indiscutibile eccellenza scientifica».

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha commemorato Lewis domenica scorsa, il giorno dopo la sua morte, ribadendo la sua gratitudine per la sua difesa di Israele. «Mi sentirò per sempre privilegiato — ha detto Netanyahu — per aver potuto assistere in prima persona alla sua straordinaria erudizione, e per aver potuto raccogliere inestimabili intuizioni dai nostri incontri nel corso degli anni; è stato uno dei più grandi storici del Medio Oriente nel nostro tempo». L’intellettuale palestinese Edward Said, invece, pur riconoscendo la vastità e la profondità dei suoi studi, lo ha definito come un «politico attivo, lobbista e propagandista».

Bernard Lewis nasce a Londra il 31 maggio 1916 in una famiglia di origine ebraica, si laurea in storia medievale e si specializza in storia del Medio Oriente e dell’islam svolgendo parte dei suoi studi universitari al Cairo, dove si impadronisce perfettamente della lingua ebraica e della lingua araba e imposta le sue ricerche cercando di attingere sempre a fonti di prima mano. A Parigi è tra gli allievi di Louis Massignon, l’orientalista e teologo soprannominato «il cattolico musulmano».

Lewis è tra i primi a mettere in evidenza i fattori socio-economici nell’analisi dei fenomeni storici, e a rinnovare il metodo di ricerca utilizzando la documentazione d’archivio dello stato ottomano. Si interessa in particolare dei movimenti ereticali dell’islam medievale e degli influssi culturali tra Oriente e Occidente.

Nel corso della seconda guerra mondiale inizia la sua collaborazione con i servizi segreti britannici. A soli 33 anni, nel 1949, gli viene assegnata la nuova cattedra in Storia del Vicino e del Medio Oriente presso la Scuola di studi orientali dell’università di Londra. Più tardi passerà alla Princeton University, dove insegna dal 1974 al 1986, prendendo la cittadinanza americana nel 1982. È tra i curatori della Cambridge History of Islam, strumento di riferimento fondamentale per gli studiosi. In molte occasioni, continua Carioti, Lewis si è dimostrato un passo avanti rispetto a tutti nell’analizzare le tendenze in atto nel mondo arabo-musulmano.

Con un saggio comparso sulla rivista «Commentary» nel 1976 — tre anni prima della rivoluzione khomeinista in Iran, fa notare il giornalista nel suo obituary — annuncia il ritorno della religione islamica come fattore politico di primaria importanza. E nel 2001, alla vigilia dell’attacco alle Torri gemelle, pubblica Il suicidio dell’islam (Mondadori, 2002), un saggio in cui analizza le difficoltà incontrate dalle società musulmane di fronte alle sfide del ventunesimo secolo.

Un rifiuto della modernità che risale, secondo Lewis, alla sconfitta di Vienna del 1683. Oggi l’Occidente studia il mondo islamico, ma l’islam fa fatica a fare lo stesso e dialogare davvero con le culture “altre”.

Sempre nel 2001, pochi giorni dopo l’attacco alle Torri gemelle, Lewis espone le sue tesi al Defense Policy Boards della Casa Bianca, avallando la scelta dei “falchi” che progettano l’invasione dell’Iraq. Una presa di posizione che suscita critiche durissime in ambito accademico e non.

Negli anni Novanta era stata oggetto di aspre proteste la sua lettura delle violenze perpetrate dai Giovani turchi ai danni della minoranza armena, una pagina sanguinosa della storia del Novecento che preferiva chiamare “massacri” e non “genocidio”, in quanto a suo parere non causate dalla precisa volontà di eliminare tutti gli armeni. Una dichiarazione che gli valse una causa civile e la condanna alla simbolica multa di un franco; la Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo si costituì in quell’occasione parte civile nell’azione legale intrapresa ai suoi danni.

Difficile anche solo riassumere la sua sterminata bibliografia, dal suo primo libro di grande risonanza, Gli arabi nella storia, uscito nel 1950, per essere tradotto in Italia da Laterza nel 1995, a La sublime porta. Istanbul e la civiltà ottomana tradotto e pubblicato da Lindau nel 2015.

di Silvia Guidi

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15 settembre 2019

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