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L’orfanezza
dei giovani

· Le parole nuove di Francesco ·

In questi anni Papa Francesco, durante i suoi discorsi, ha pronunciato molte parole “nuove”. Parole per noi molto famigliari, che la matrice latinoamericana ha caricato di un significato inedito. Inedito per come suonano alle nostre orecchie, e per come di conseguenza ci risuonano dentro.

Una di queste parole è “orfanezza”. Orfandad, orfanezza, ha detto il Papa in più occasioni, lasciando che la parola detta in spagnolo provocasse subito dopo uno spostamento nella traduzione italiana. È proprio da quello spostamento che nasce un sentimento non previsto. Perché orfanezza (una parola insieme nuova e arcaica) e non la più corretta orfanilità? Il Papa ha usato orfanezza per riferirsi a quei ragazzi — e sono sempre di più, viene anzi il sospetto siano quasi tutti — che si ritrovano ad affrontare un mondo molto complicato senza più poter contare sul sostegno degli adulti. I genitori in realtà ci sono, ma o conducono una vita troppo frenetica per poter trascorrere il tempo necessario con i figli, oppure (peggio, ed è forse questo il problema più grave) gli adulti non riescono più a trovare dentro di sé la forza, l’amore e l’autorità necessaria per stare vicino ai giovani.

Viviamo nell’epoca nell’evaporazione dei padri. «I nostri ragazzi soffrono di orfanezza!» ha detto il Papa. Hanno dei genitori, dunque, ma si sentono ugualmente orfani. Ecco perché “orfanezza” e non “orfanilità”. Non stiamo parlando di una condizione materiale. La morte fisica dei genitori in questo caso non c’entra niente. Stiamo parlando di una malattia spirituale. I giovani sono costretti a vivere in un mondo poco ospitale, che non hanno costruito loro, ma chi l’ha costruito (dunque chi ne avrebbe la responsabilità) li abbandona prima ancora di aver passato il testimone. Orfandad, orfanilità, orfanità, orfanezza.

In quel capolavoro della letteratura moderna che è La linea d’ombra, Joseph Conrad racconta in maniera mirabile il passaggio dalla giovinezza all’età adulta. L’attraversamento della cruciale linea di confine oltre la quale il nostro sguardo cambia. Da ragazzi diventiamo uomini. Da figli diventiamo padri. Conrad era un polacco che scriveva in inglese. Anche lui a cavallo tra due lingue, fece risplendere l’idioma di Shakespeare di nuove luci e nuove (magnifiche) ombre. La linea d’ombra racconta la storia di un giovane ufficiale in servizio tra i mari d’oriente. Arrivato a Singapore, al giovane viene offerto — per la prima volta — il comando di un veliero attraccato a Bangkok. Il precedente capitano della nave è morto pazzo, la traversata che il veliero dovrà affrontare non sarà semplice, ma un incarico del genere è troppo importante (e allettante) perché il giovane rinunci alla sfida. Ecco che il giovane ufficiale prende il comando del veliero, ed ecco che — investito prima del tempo di un ruolo adulto — dovrà dimostrarsi all’altezza del compito. Tra bonacce e terribili epidemie di febbri tropicali l’impresa si dimostra complicatissima, ma alla fine il giovane riuscirà a spuntarla. Prenderà il largo, salverà l’equipaggio, porterà il veliero a destinazione. Ecco, è diventato adulto.

Conrad scrisse questo breve romanzo mentre suo figlio Boris combatteva con l’esercito inglese in quel tremendo mare in tempesta che fu la prima guerra mondiale. Anche in quel caso, una generazione di giovani tradita da quella precedente si ritrovò con il compito — finita la tempesta — di dare un senso alla propria orfanezza.

La differenza tra il giovane ufficiale di Conrad e i ragazzi di oggi, è tuttavia che nessun adulto, nel mondo in cui viviamo, sembra disposto a offrire ai giovani il comando del veliero. Abbandonati alla bonaccia del nostro tempo, e senza neanche la possibilità di mettere le mani sul timone. Ecco allora forse che ai giovani oggi è richiesto il compito più difficile di tutti: diventare adulti indipendentemente da un passaggio di consegne. Forse l’unico modo è provare a farsi ognuno fratello maggiore dell’altro, ognuno padre dell’altro. Così come l’orfanezza prescinde dall’assenza fisica dei genitori, il provare a diventare ognuno padre o fratello maggiore dell’altro prescinde dal fatto di esserlo anche sul piano biologico. A una malattia spirituale si risponde con una cura spirituale, attraverso azioni e parole concrete. “Paternitate” o “paternezza”, potremmo forse dire.

Al Salone internazionale del Libro di Torino ogni anno arrivano decine di migliaia di ragazzi. Sono i giovani, gli studenti di tutte le scuole d’Italia che provano a diventare adulti anche attraverso i libri e la passione per la lettura. Edizione dopo edizione, con loro proviamo a rinnovare un patto. Quest’anno, per la prima volta, partendo dal presupposto che i paesi hanno confini ma le lingue e le culture no, al posto del classico “paese ospite” abbiamo scelto di avere una lingua ospite: lo spagnolo. È una delle lingue più parlate al mondo, ed è una delle lingue che tradizionalmente la letteratura ha scelto per meglio scavare nel cuore degli uomini. Non un paese ma una lingua: ecco che l’orizzonte all’improvviso si allarga. Del resto la partitura del nostro cuore è sempre più vasta di quanto crediamo. La speranza è di trovare, anche noi, parole nuove.

di Nicola Lagioia

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18 ottobre 2019

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