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Lorenzo e il mistero
della graticola

· Il culto per il martire romano nelle testimonianze dei primi secoli del cristianesimo ·

La prima menzione della figura del martire Lorenzo romano si colloca nella fonte agiografica più antica dell’Urbe, ovvero la Depositio Martyrum, riferibile alla prima metà del iv secolo dopo Cristo. Tale fonte, proverbialmente essenziale, ci suggerisce solo le coordinate agiografiche relative all’arcidiacono di Sisto II, ucciso il 10 agosto del 258, durante la cruenta persecuzione dell’imperatore Valeriano, che, come è noto, mirava a eliminare la più alta gerarchia della Chiesa. Qualche giorno prima, ovvero il 6 agosto, era stato trucidato il Pontefice romano con quattro dei suoi diaconi, mentre pregava nelle catacombe di San Callisto e, nel mese di settembre, sarà giustiziato il vescovo di Cartagine Cipriano, che soffriva la persecuzione sin dal tempo dei provvedimenti di Decio.

Affresco con san Lorenzo (Catacomba di San Senatore, Albano, VI secolo)

Tornando a Lorenzo, dalla Depositio Martyrum sappiamo soltanto che la sua commemorazione liturgica si celebrava proprio il 10 agosto sulla via Tiburtina, dove era situato il cimitero, che aveva accolto le spoglie dell’arcidiacono romano. Il Martirologio Geronimiano, riferibile già al V secolo, infatti, puntualizza che la festa del santo martire si svolge il 10 agosto, sulla via Tiburtina in cimiterio eiusdem Natale Sancti Laurentii arcidiaconi. Da questa preziosa fonte si desume anche la qualifica di arcidiacono, ovvero di primo dei sette diaconi regionari di Roma, come ricorda anche il poeta spagnolo Prudenzio alla fine del secolo IV, in uno degli inni dedicato proprio al martire romano, che viene esplicitamente definito primus e septem viris.

Queste poche notizie sono amplificate dalla Passio Polycronii, un testo leggendario pervenutoci in varie redazioni, riferibile al largo lasso di tempo, che dal V giunge al VII secolo. In questo testo confluiscono molti particolari provenienti dalle riflessioni dei più grandi Padri della Chiesa: da Agostino e Massimo di Torino, da Ambrogio a Prudenzio, da san Pier Crisologo a Leone Magno.

La dinamica del martirio di Lorenzo, secondo la tarda passione leggendaria, rievoca l’incontro dell’arcidiacono con Sisto II, che era accompagnato verso il luogo del martirio; la richiesta del prefetto Cornelio Secolare di consegnare i tesori della Chiesa affidati al più autorevole tra i diaconi; la vendita di questi beni per distribuire il ricavato ai poveri; la condanna al supplizio della graticola.

Relativamente a questo ultimo sacrificio e, dunque, a questa forma di tortura, furono avanzati alcuni dubbi, in quanto il rescritto dell’imperatore Valeriano, diramato nei primi giorni di agosto del 258, comportava l’immediata esecuzione capitale dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, come testimonia autorevolmente Cipriano (Epistula 80). Rispetto alle persecuzioni volute da Decio, negli anni centrali del III secolo, e da Diocleziano, agli esordi del IV, l’eliminazione fisica è immediata e non si tenta di convincere i cristiani a tornare all’idolatria tramite la tortura. D’altra parte (come si è anticipato) Cipriano dichiara esplicitamente che Sisto «fu ucciso repentinamente con i suoi quattro diaconi nel cimitero di San Callisto; Xystum autem in cimiterio animadversum sciatis VIII idus Agustas die et cum eo diacones quattuor». Queste notizie, assai attendibili, in quanto provenienti da un testimone oculare della persecuzione di Valeriano, sembrerebbero escludere il supplizio della graticola.

Il carme damasiano relativo al martire Lorenzo non ci aiuta, in quanto fa riferimento a vari supplizi, fra i quali quello del vivicomburium: Verbera carnifices flammas tormenta catenas vincere Laurenti sola fides potuit. Non è escluso che il supplizio delle fiamme non rappresenti altro che la traduzione figurata di un quadro di un probabile ciclo affrescato nella basilica romana di San Lorenzo in Damaso. È noto che, nelle basiliche paleocristiane, a cominciare da quelle di San Paolo e di San Pietro, scorressero, lungo le navate, le storie della passione dei martiri e del Cristo, alternate a quelle bibliche. Questa usanza viene ricordata da Prudenzio, Ambrogio e Paolino di Nola, che hanno lasciato i cosiddetti tituli historiarum, ossia le didascalie di queste rappresentazioni cicliche.

A questo frangente cronologico possiamo riferire due importanti testimonianze iconografiche, sulle quali, però occorre riflettere. Mi riferisco, innanzi tutto, alla cosiddetta medaglia di Successa, un piccolo oggetto devozionale valorizzato dal grande archeologo romano Giovanni Battista de Rossi e, in tempi moderni, da Ferdinando Castagnoli e Margherita Guarducci, ma sospettato di falsificazione già dal padre Giuseppe Marchi e, da ultimo, da parte di chi scrive queste note. La piccola medaglia fu rivenuta nel Settecento presso il complesso tiburtino, assieme ad alcuni vetri dorati e andò subito dispersa, mentre rimane ancora una copia presso i Musei Vaticani. Le due facce, che accolgono la didascalia Sucessa vivas, sono interessate da alcune singolari figurazioni. In un lato si riconosce la confessio costantiniana di san Pietro verso la quale si accosta un pellegrino con una candela; nell’altro il supplizio sulla graticola di Lorenzo, con i carnefici, il prefetto, un’orante (l’anima del martire?) e le lettere apocalittiche. Tutto fa pensare a un falso. Nell’arte cristiana non appare mai una scena tanto cruenta e anzi l’immaginario figurativo delle origini mostra un’attitudine verso un’atmosfera positiva e salvifica, tanto che — salvo rare eccezioni — non sono mai toccati i momenti violenti dell’esecuzione finale.

Più affidabile appare il celebre mosaico ravennate del cosiddetto mausoleo di Galla Placidia. Qui il martire romano, con libro e croce astile, si avvia verso la graticola infuocata, mentre una teca-armadio mostra i sacri testi. Recentemente anche questo documento iconografico è stato messo in discussione, in quanto nella ieratica immagine del santo, animata da un impetuoso vento spirituale, è stato riconosciuto il Cristo dell’Apocalisse, della parusìa, della seconda venuta. La suggestiva lettura alternativa non ha convinto la critica, per cui il mosaico ravennate resta, per ora, la più antica rappresentazione dell’arcidiacono romano.

Ma torniamo al luogo della deposizione del martire, da collocare, come si è detto, lungo la via Tiburtina. Se prestiamo fede alla topografia cristiana di questa arteria consolare romana possiamo pensare che Lorenzo sia stato tumulato nelle catacombe di Ciriaca, che si sviluppavano sotto l’attuale cimitero monumentale del Verano. Tale intuizione è supportata dalla vita Xysti, contenuta nella seconda redazione del Liber Pontificalis: Beatus Laurentius (sepultus est) in cymiterio Cyriacae, in agrum Veranum. È ancora il Liber Pontificalis, nella vita di Papa Silvestro, a ricordare che Costantino fece costruire una basilica nei pressi della sepoltura del martire Lorenzo: Fecit basilicam beato Laurentio martyri via Tiburtina in agrum Veranum supra arenario cryptae et usque ad corpus sancti Laurentii fecit gradus ascentionis et descentionis. Quest’ultima precisazione permette di apprendere che il sepolcro del martire poteva essere raggiunto dai pellegrini attraverso una scala che invitava a discendere sino alla tomba e a risalire nella chiesa, proponendo una sorta di cripta, che influenzerà gli organismi della devozione nei santuari martiriali della città.

Al tempo di Pelagio II (579-590) fu costruita una più ampia basilica ad corpus, che comportò la obliterazione di alcune gallerie cimiteriali e il taglio della collina adiacente. Il sontuoso edificio di culto si sviluppò al livello della sepoltura del martire e fu dotato di tre navate, un’abside e gallerie superiori, definite matronei. Nell’arco trionfale della basilica, in un santorale musivo estremamente affollato, appare Lorenzo con il libro e la croce, secondo un’iconografia, che, tornerà, di lì a poco, nelle catacombe di San Senatore ad Albano e, nell’VIII secolo, nella chiesa romana di San Saba, mentre, nel secolo successivo, la santa immagine ad affresco compare, con la sua iconografia tradizionale, nella cripta dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno.

Il culto per il martire romano fa il giro del mondo, ma nell’urbe dimostra una vera e propria fortuna, tanto che gli vengono dedicate molte chiese: oltre alla basilica di San Lorenzo fuori le mura, dobbiamo ricordare quella di San Lorenzo in Lucina, di San Lorenzo in Panisperna, di San Lorenzo in Damaso, di San Lorenzo in Miranda, di San Lorenzo in Fonte e di San Lorenzo in Piscibus.

di Fabrizio Bisconti

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19 settembre 2019

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