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L'ora di Dio

· Alcide De Gasperi e la grande guerra ·

Allo scoccare dell’«ora tragica», la consapevolezza della drammaticità del momento fu espressa da Alcide De Gasperi con preoccupata asciuttezza: «Siamo a una svolta della storia — scriveva il 3 agosto del 1914 dalle colonne del «Trentino» —. Ognuno cerchi di affrontare l’ora che corre con fermezza d’animo».

La «scintilla balenata d’improvviso» che sgretolava in un «incendio divoratore l’edificio eretto a fatica dalla diplomazia europea e dalle dottrine pacifiste» sanciva la supremazia delle ragioni della guerra, aprendo uno scenario imprevedibile il cui «mistero» era ricondotto da De Gasperi entro un’ottica anzitutto religiosa: si apriva «l’ora di Dio», quel «Dio che è tutto quando nulla più rimane» e che nelle convinzioni del politico trentino non sarebbe potuto che risultare, alla fine delle ostilità, l’unico vero vincitore.

La storiografia, supportata in questo dalla copiosa letteratura bellicista prodotta in quei mesi, ha restituito l’immagine convenzionale di una diffusa euforia che avrebbe attraversato la società asburgica allo scoppio del conflitto. Le parole con cui De Gasperi accompagna dalle pagine del giornale la partenza del primo reggimento di Kaiserjager trentini non indugiano invero su toni particolarmente festosi, limitandosi a descrivere il saluto cordiale e commosso che la popolazione tributava, tra distribuzione di vino, birra, sigarette e fiori, ai propri figli in procinto di partire per i campi di Galizia.

Al netto del turbamento spirituale che De Gasperi declinava entro un orizzonte religioso, il suo contegno all’indomani dell’avvio delle ostilità fu caratterizzato da prudenza e attesa. La guerra complicava non poco la condizione, già assai delicata, del Trentino (o del Tirolo del Sud, come veniva chiamato dalle autorità imperialregie, poco inclini a riconoscere la specificità nazionale delle vallate trentine). Le voci di un possibile coinvolgimento dell’Italia nel conflitto rendevano ancor più complesse le condizioni della realtà trentina, percorsa già da anni da accesissime tensioni nazionali.

In questa cornice De Gasperi, che pur entro un’ottica sostanzialmente filotriplicista sottolineava il ruolo tutt’altro che attivo che il Trentino poteva svolgere in quel frangente, si attivò per tutelarne gli interessi, tentando anzitutto di comprendere le possibili conseguenze che i precari equilibri internazionali proiettavano su un Trentino sempre più zona di confine. A orientare le posizioni degasperiane erano sul piano ideale l’antibellicismo difeso con vigore dalla Chiesa romana; su quello più squisitamente politico la convinzione che con un netto schieramento per una delle due parti il Trentino avrebbe rischiato di compromettere ulteriormente una situazione già di per sé assai gravosa.

I due viaggi che De Gasperi intraprese a Roma nell’autunno del 1914 sono da inserire in questo contesto, che il deputato fronteggiò con una buona dose di «realismo politico», dote che com’è noto non gli fece mai difetto. In settembre incontrò l’ambasciatore di Vienna a Roma Karl von Macchio, con cui discusse della situazione trentina. Entrambi gli interlocutori erano in cerca di rassicurazioni: Macchio della buona disposizione d’animo dei trentini nei riguardi della Corona e delle informazioni che il deputato avrebbe potuto condividere con i suoi contatti vaticani; De Gasperi del carattere circoscritto delle eventuali misure militari che avrebbero interessato la regione nei mesi a seguire. Il 18 novembre 1914 incontrò Benedetto xv, al quale trasmise la preoccupazione e la pena della sua gente di fronte al possibile sviluppo degli scenari del conflitto. Favoriti dalla relativa libertà che veniva a De Gasperi dall’attività svolta per la Commissione per l’approvvigionamento alimentare del Tirolo del Sud, questi colloqui personali (avvenuti con ogni probabilità d’intesa con il vescovo Endrici) testimoniano il tentativo di De Gasperi di adoperarsi per preparare il campo alle conseguenze che il corso imprevedibile degli eventi avrebbero avuto sulla popolazione trentina.

Due altri colloqui sembrano confermare questo delicato ruolo ricognitivo svolto da De Gasperi, pur senza particolari investiture, in quei mesi. Nel febbraio del 1915 incontrò Friedrich Funder, l’influente direttore della «Reichstpost» con cui era in amicizia da anni, per raccogliere informazioni intorno alla veridicità delle ipotesi di cessione del Trentino all’Italia in cambio della neutralità di quest’ultima.

In quell’occasione, così come era avvenuto nei colloqui con Macchio, De Gasperi dava conferma del carattere pienamente lealista della gente trentina («il 95 per cento della popolazione italiana del Tirolo del Sud — sosteneva il deputato cattolico — propende a causa dei suoi naturali interessi verso l’Austria alla quale ha appartenuto attraverso i secoli»); al di là della precisione (difficilmente misurabile) della percentuale riportata da De Gasperi, si tratta di un dato che vale la pena tenere a mente, perché alla fine del conflitto le sue dichiarazioni sulla fedeltà dei trentini alla Casa imperiale sarebbero mutate sensibilmente di segno, a dimostrazione di quanto gli sconvolgimenti della guerra e le misure repressive che sul fronte interno ne accompagnarono lo svolgimento incisero sulle sorti dello spirito nazionale del Trentino.

Il mese seguente De Gasperi fu nuovamente a Roma, dove incontrò il ministro degli esteri Sidney Sonnino, al quale fornì un quadro del carattere nazionale dei territori trentini in vista di un loro possibile passaggio al Regno d’Italia. Accanto ad «alcuni frementi per l’italianità», De Gasperi segnalava prudentemente l’esistenza di «molti più calmi, ma non male disposti», preoccupati però per il destino dei loro interessi materiali. Gli argomenti utilizzati dal deputato erano in parte gli stessi usati nei colloqui precedenti (le condizioni del clero locale, la difficile situazione del commercio del vino, i problemi dei soldati trentini nell’esercito austriaco), ma qui l’accento cadeva sull’incertezza dei risultati di un eventuale plebiscito e sulla necessità di prevedere, nel caso di un’annessione, i giusti «temperamenti» per compensare i gravi disagi che sarebbero occorsi ai trentini.

di Maurizio Cau

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12 dicembre 2017

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