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L’Onu torna nelle aree più devastate della Somalia

· Dopo un anno e mezzo gli insorti rimuovono gli ostacoli all’assistenza umanitaria ·

Per la prima volta da oltre un anno e mezzo a questa parte, le Nazioni Unite si apprestano a distribuire aiuti alle popolazioni delle aree della Somalia controllate dalle milizie radicali islamiche di al Shabaab, che guidano l’insurrezione contro il Governo del presidente Sharif Ahmed, internazionalmente riconosciuto. Lo farà nei prossimi giorni il personale dell’Unicef, l’agenzie dell’Onu per l’infanzia, dopo che i miliziani di al Shabaab hanno rimosso il divieto sulla presenza di personale internazionale non islamico in tali zone. Nei giorni scorsi, anzi, il Programma alimentare mondiale (Pam) dell’Onu aveva comunicato che i responsabili di al Shabaab avevano avanzato una richiesta per fronteggiare l’immane emergenza provocata dalla carestia.

Il Pam, come le altre agenzie dell’Onu, aveva dovuto ritirarsi dalle aree della Somalia controllate dagli insorti all’inizio del 2010, dopo numerose minacce e l’imposizione di pesanti restrizioni al lavoro dei suoi operatori.

Da parte sua, la rappresentante dell’Unicef per la Somalia, Rozanne Chorlton, ha precisato che l’intervento effettuato dalla sua organizzazione potrebbe spianare la strada nell’immediato futuro anche alla ripresa nelle aree in questione dell’attività di altre agenzie dell’Onu e organizzazioni umanitarie. L’Unicef provvede a inviare cibo e medicinali ai bambini malnutriti nella città centrale di Baidoa, duecento chilometri a nord ovest di Mogadiscio.

Si ignora invece, al momento, se l’azione umanitaria potrà riprendere in tempi brevi anche nel sud, in particolare con l’uso del cruciale porto di Chisimaio, il secondo del Paese, il cui controllo è una delle chiavi strategiche di al Shabaab. Il controllo e la distribuzione degli aiuti internazionali — intorno ai quali in Somalia si sviluppa ciciclamente una sorta di economia parallela — sono stati infatti sempre dei capisaldi con i quali gli insorti hanno cercato di consolidare il consenso della popolazione nei loro confronti.

La siccità che sta stremando il Corno d’Africa — la maggiore da sessant’anni a questa parte — minaccia la sopravvivenza di circa dodici milioni di persone. Tra queste, sono in condizioni particolarmente drammatiche proprio le popolazioni somale, a causa del perdurare della guerra civile, in diverse forme e fasi, da oltre vent’anni. Secondo i dati dell’Onu, sono 2.600.000 i somali a rischio imminente di morte per fame. Mezzo milione di loro sono bambini di meno di cinque anni. La mortalità infantile e neonatale in Somalia è oggi la più alta del mondo, soprattutto tra i profughi, migliaia dei quali si riversano ogni giorno oltre le frontiere di Etiopia e Kenya.

Tra i Paesi che si sono mobilitati nelle ultime ore c’è la Gran Bretagna, che ha stanziato 52 milioni di sterline (circa 60 milioni di euro). Il ministro britannico per lo Sviluppo internazionale, Andrew Mitchell, si è recato recentemente a Dadaab, nel nord est del Kenya, nei cui campi profughi sono concentrati ormai quattrocentomila somali, il che ne fa il maggiore agglomerato di rifugiati al mondo. Mitchell ha poi incontrato a Nairobi il direttore esecutivo dell’Unicef, Antony Lake, che in questi giorni ha condotto a sua volta una missione nell’area.

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05 dicembre 2019

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