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L’Onu non riesce ad aiutare i rohingya

· ​Denunciata l’impossibilità di accedere alle zone popolate dalla minoranza ·

Rifugiati rohingya in un campo  nel Bangladesh (Epa)

La mancanza di un completo accesso umanitario nello stato del Rakhine, nel Myanmar occidentale, da dove oltre mezzo milione di musulmani rohingya sono fuggiti dalle violenze dei militari governativi, è «inaccettabile». Lo ha detto ieri il capo dell’agenzia delle Nazioni Unite per le emergenze e gli affari umanitari, Mark Lowcock. «Chiediamo alle autorità del Myanmar di mettere in condizione i cooperanti, non solo quelli delle Nazioni Unite, di lavorare» ha detto Lowcock, prevedendo che altre migliaia di rohingya passeranno a breve il confine con il Bangladesh. Una fuga che provocherà altri rifugiati e, purtroppo, vittime.
Nei giorni scorsi, una piccola delegazione di esperti delle Nazioni Unite ha potuto visitare, tra enormi difficoltà, solo una parte delle zone al confine tra Myanmar e Bangladesh in cui si trovano i rohingya, ricevendo testimonianza di «sofferenze inimmaginabili». Ogni giorno migliaia di rohingya scappano da violenza e morte. La maggioranza sono donne e bambini, che tentano con ogni mezzo di raggiungere zone sicure. In Myanmar i rohingya sono stati privati di tutto e nei campi profughi in Bangladesh vivono in una realtà di sovraffollamento, senza accesso ad acqua pulita o servizi igienici. Questo — afferma l’Onu — sta creando un grave rischio di malattie, come il colera.
Alla denuncia delle Nazioni Unite si aggiunge oggi anche quella di Amnesty International: finché permarrà il rischio di gravi violazioni dei diritti umani, la comunità internazionale «deve garantire che nessun rifugiato rohingya sia costretto a fare ritorno in Myanmar». In una nota, l’organizzazione ha fatto sapere che i governi di Dacca e di Naypyidaw hanno istituito un gruppo di lavoro per discutere il rimpatrio dei rifugiati rohingya. «È positivo che Myanmar e Bangladesh stiano discutendo di alternative per il ritorno sicuro dei rohingya nelle loro case, tuttavia deve trattarsi di un processo volontario e non deve portare a uno sforzo frettoloso e avventato per respingere le persone contro la loro volontà» ha detto Audrey Gaughran di Amnesty International. «Nessuno — ha aggiunto — deve essere costretto a fare ritorno in un contesto nel quale continuerà a fronteggiare gravi violazioni dei diritti umani, discriminazione sistematica e segregazione».

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18 settembre 2019

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