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L'odore della fine

· Due scrittrici italiane raccontano la seconda guerra mondiale ·

«C’era una strana assenza di rumori quella sera in ospedale, come se il dolore avesse ceduto alla paura. La voce doveva essere corsa rapida tra i malati. Vincenzo si guardò attorno indugiando su tutti quegli oggetti che non guardava mai, tanto gli erano familiari (…).

La razzia nazista al ghetto di Roma (16 ottobre 1943)

Quando bussarono alla porta la paura fu così grande che non somigliava nemmeno alla paura. Era una vertigine, una stretta al petto, un vuoto che schiacciava. Era anche un odore, l’odore della fine». È questa una tra le scene più drammatiche dell’ultimo romanzo di Francesca Romana de’ Angelis, Per infiniti giorni (Firenze, Passigli Editori 2014, pagine 197, euro 18,50): avvertiti da una spiata, i fascisti arrivano nell’ospedale romano dove lavora il dottor Vincenzo, padre della protagonista Regina, che era riuscito a nascondere numerose famiglie di ebrei in una sorta di stalla dove si facevano esperimenti sugli animali.
Con una narrazione non cronologica, Per infiniti giorni si snoda lungo un secolo e mezzo di storia italiana dal 1859 a oggi: Regina, ormai di mezza età, attende di incontrare il suo amore di ragazza, Davide, di cui non ha più notizie dopo la razzia nazista al ghetto di Roma, il 16 ottobre 1943. Promettente violinista insieme al quale la ragazza suonava il pianoforte, Davide — grazie alla soffiata di un amico sacerdote — era però riuscito a fuggire, scomparendo da allora nel nulla. Regina ha continuato la sua vita, gli studi, il matrimonio, i figli, l’insegnamento, le vacanze nella villa di Forte dei Marmi, finché — improvvisamente — quel contatto riporta in vita una pagina lontana della sua esistenza.
Grazie alla capacità di de’ Angelis di intrecciare la storia personale con la grande Storia — capacità di cui l’autrice diede ottima prova già nel 2005 con il romanzo Solo per vedere il mare. Memorie di Torquato Tasso (Studium) — Per infiniti giorni conduce il lettore dalla Venezia del secondo Ottocento alla Roma borghese degli anni Trenta, dal fascismo trionfante al dopoguerra, inseguendo le vicende, così comuni ma al contempo così uniche, di una famiglia che, nonostante la politica e i lutti, riesce a non sfaldarsi.

L’illusione indotta dal voto del Gran Consiglio del fascismo nel luglio 1943 è al centro dell’ultimo romanzo di Lia Levi, Il braccialetto (Roma, edizioni e/o, 2014, pagine 142, euro 15) che racconta l’amicizia tra due quindicenni romani, ebreo l’uno e cattolico l’altro, ognuno così rapito dalla condizione dell’altro. La caduta del fascismo crea enormi aspettative in Corrado, che conta i giorni che lo separano da ottobre, quando finalmente potrà entrare nelle aule del liceo Visconti, da cui — in quanto ebreo — era stato escluso. Il cattolico Leandro, invece, è affascinato da un popolo che, sebbene perseguitato, ai suoi occhi possiede quel che a lui manca: «Voi siete stati costretti a cercare di capire chi siete. Io no, ed è questo che mi fa impazzire. Io non sono niente».

di Giulia Galeotti

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17 ottobre 2019

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