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Lode a Costantino, anche giocando a dadi

· Sport, politica e messaggi ironici contro i perdenti nelle «tavole lusorie» dei primi secoli dell’era cristiana ·

Alla presenza di Costantino, intorno alla fine di luglio del 310, viene pronunciato a Treviri (Augusta Treverorum) un lungo panegirico per il giorno anniversario della fondazione della città, sede imperiale e capitale della Gallia Bellica. L’autore della solenne allocuzione è, almeno finora, senza nome, anche se la sua attività può senz’altro inserirsi nella cerchia culturale di città galliche, come Treviri, Autun, Bordeaux, sedi di rinomate scuole di retorica, oltre che di uffici dell’amministrazione imperiale. Tra gli altri officia di questi ambiti curiali e culturali certo non secondario era quello della composizione di panegirici indirizzati all’imperatore. Nella raccolta dei dodici finora pervenuti, cinque sono indirizzati a Costantino, che aveva eletto come sua residenza ufficiale Treviri, dove — salvo qualche intervallo — soggiornò continuativamente per quasi un decennio (circa 306–317). In quello pronunciato nel 310 — il settimo della serie — la fisionomia dell’imperatore è disegnata come quella  di un invincibile comandante che, spezzata la barbarica ferocia (barbarorum immanitas) protegge, consolida e rende sicuro il sacro confine dell’impero. Nel mondo socialmente variegato dei frequentatori dello spettacolo circense, l’eco del rassicurante evento vittorioso si allargava e sedimentava in ampi strati della popolazione, fino a depositarsi nell’ambiente degli abituali giocatori di dadi e di consimili passatempi, dove la contiguità con il mondo del circo doveva essere quasi naturale. L’esercizio di questi giochi prevedeva un supporto materiale, le cosiddette tabulae lusoriae — appunto tavolieri da gioco marmorei di forma rettangolare — documentate in gran numero soprattutto a Roma a Ostia nel Lazio, ma  anche in Africa e in Gallia.

Questo singolare corpus epigrafico — costituito da duecento esemplari — si concentra nei secoli centrali della tarda antichità ed è attualmente accessibile in una raccolta editoriale, fondata sulle schede manoscritte del gesuita Antonio Ferrua, Tavole lusorie epigrafiche (Catalogo delle schede manoscritte, introduzione e indici a cura di Maria Busia, Città del Vaticano, Pontificio istituto di archeologia cristiana, 2001). Alcuni di questi tavolieri sono venuti alla luce anche a Treviri (Tavole lusorie, nn. 1, 54, 55) e tra questi quello proveniente dalla necropoli di san Mattia, ancora perfettamente integro, propone nella sua parte iscritta un’eco abbastanza definita degli eventi bellici del 306 ricordati nel VII panegirico pronunciato di fronte a Costantino. Vi si leggono infatti sei parole, ciascuna di sei lettere, disposte simmetricamente — tre per lato — sui due lati corti della lastra. Ne derivano complessivamente trentasei caselle alfabetiche, funzionali non soltanto all’esercizio del gioco, ma anche — come in moltissimi altri esemplari — alla comunicazione di un messaggio definito, che, pur trovando un oggettivo limite espressivo nel numero prefissato delle lettere per ciascuna parola, riesce comunque a conservare una sufficiente trasparenza di contenuti, come appunto emerge nella sequenza Virtus imperi / hostes vincti / ludant romani (Tavole lusorie, n. 1). È qui evidente il riferimento a un evento bellico, che dovette svolgersi nel IV secolo in un’area non lontana dal luogo di ritrovamento della lastra e dunque in prossimità della stessa Treviri.

La celebrazione della vittoria,  in questa come in altre circostanze e luoghi, prevedeva l’esibizione nell’anfiteatro dei prigionieri di guerra e dei loro condottieri, destinati a essere giustiziati in una lotta impari con animali feroci «in tal numero da stancare persino la crudeltà delle belve». È così facilmente intuibile che per gli abituali lettori delle scritte lusorie — cioè i giocatori — l’opposizione virtus imperi / hostes vincti   si prestasse a un duplice livello di lettura, riferita contestualmente sia al dato reale dell’evento bellico sia alle dinamiche connesse alla competizione ludica, che evidentemente non poteva che prevedere un vincitore e uno sconfitto: da una parte l’abile giocatore (lusor velox) dall’altra l’incapace (idiota). Anche a Roma due tabulae lusoriae fanno riferimento a vittorie contro i barbari conseguite sul campo, chiaramente percepite e presentate come liberatorie di un pericolo incombente per la stabilità dell’impero. La prima, proveniente dalla catacomba dei santi Marco e Marcelliano ricorda esplicitamente la vittoria  del 296 contro brittoni e parti con la sequenza Parthi occisi / Britto victus / ludite romani,  «uccisi i parti, vinto il brittone, fate festa romani» (Tavole lusorie, n. 2); l’altra, ritrovata nella catacomba di Priscilla, fa riferimento in maniera generica a una vittoria bellica non precisamente definibile, anche se  da circoscrivere nel corso del IV secolo (Tavole lusorie, n. 3). Che il mondo degli spettacoli e la pratica dei giochi con le tabulae lusoriae — nella loro dimensione competitiva e almeno formalmente agonistica — sviluppassero nell’immaginario collettivo una vera e propria contiguità mentale e materiale, è documentato nelle stesse scritte incise sui tavolieri da gioco.

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18 agosto 2019

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