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​L’Occidente
e la malattia della violenza

· Una testimonianza cristiana coerente contro la proliferazione e il commercio delle armi ·

C’è un Paese nel quale, a scuola, di tanto in tanto, dagli altoparlanti una voce calma avvisa con parole ben scandite che, da quel momento, la porta dell’aula dovrà essere immediatamente chiusa, nessuno potrà entrare o uscire fino a nuovo ordine, le finestre dovranno essere chiuse e oscurate. Studenti e docenti dovranno sdraiarsi a terra, fino a quando non verranno invitati a uscire uno per uno con le mani sopra la testa. Naturalmente, la voce impone di mantenere la calma.

In effetti non c’è nessun bombardamento in atto. Del resto, non c’è nessuna guerra, ufficialmente. Anzi, nelle aule si parla spesso di pace e di democrazia e di come i padri della patria abbiano lottato per ottenerle. E poco importa se si tratta dello stesso Paese dove, oggi, più di mille bambini muoiono a seguito di ferite da arma da fuoco, non necessariamente subite a scuola.
Il Paese in questione si chiama Stati Uniti e la procedura descritta più sopra è il “lockdown”: l’esercitazione (nel migliore dei casi) che gli studenti locali conoscono bene. È stata introdotta a seguito del ripetersi delle cosiddette sparatorie di massa, nei luoghi nei quali, come ha sottolineato di recente la Chiesa presbiteriana ricordando il massacro di Sandy Hook del dicembe 2012, i bambini dovrebbero teoricamente «imparare, crescere e costruire fiducia».
È ormai luogo comune come l’arma, nella cultura americana, abbia una posizione privilegiata, un ruolo identificativo forte, a partire dal mito della frontiera in poi, in una matrice di valori la cui radice cristiana è altrettanto indiscutibile. Una coesistenza la cui conflittualità è diventata nel corso degli anni sempre più evidente. E intollerabile. «Un’assurda contraddizione», si potrebbe dire, prendendo in prestito le parole espresse dal Papa a proposito di chi parla e negozia la pace mentre vende armi. Oggi, più che in passato, il cristianesimo, negli Stati Uniti come altrove, si trova sollecitato a testimoniare una posizione univoca e forte. I presbiteriani, per esempio, sono andati dritti al punto: «Dobbiamo riconoscere — si legge in un articolo pubblicato sul sito della missione presbiteriana negli Usa — la malattia della violenza armata insita nella vita stessa degli Stati Uniti: nelle nostre scuole, nei nostri luoghi di culto, nei nostri centri commerciali, nei nostri quartieri e campi da baseball, nei nostri cinema, bar, locali notturni e luoghi di ricreazione. L’amore di questa nazione per la violenza e le pistole è un peccato ed è tempo che ci pentiamo».
Non si tratta solo del peccato di un uomo con una pistola quanto piuttosto di «un peccato nazionale che ha permesso all’idolatria delle armi di avere la precedenza sulla cura reciproca e sulla sicurezza dei nostri figli. Nei sei anni trascorsi dal massacro di Sandy Hook, oltre 7.000 bambini sono morti a causa della violenza armata negli Stati Uniti».

di Marco Bellizi

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24 aprile 2019

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