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L’Occidente critica la Bielorussia

· Dopo le severe condanne inflitte agli oppositori ·

Non si placano gli attacchi del presidente della Bielorussia, Aleksandr Lukashenko — considerato dagli Stati Uniti l’ultimo dittatore comunista d’Europa — contro l’opposizione: uno dei principali ex candidati alla carica presidenziale è stato condannato a cinque anni di reclusione in un carcere di massima sicurezza. Una sentenza che ha nuovamente suscitato le critiche del mondo occidentale già schierato contro la violenta repressione politica e gli arresti ingiustificati seguiti alle presidenziali del 19 dicembre scorso. Anche la Russia ha criticato la condanna «severa» di Andrei Sannikov, ex vice ministro degli Esteri bielorusso e fondatore del gruppo per i diritti umani Carta 97, che è stato giudicato colpevole di aver organizzato «manifestazioni di massa» contro la rielezione di Lukashenko, al potere dal 10 luglio del 1994. Il presidente bielorusso, differenziando la politica economica del Paese da quella adottata da quasi la totalità delle ex Repubbliche sovietiche, ha rifiutato le indicazioni del Fondo monetario internazionale mantenendo in gran parte gli apparati pubblici esistenti. La Bielorussia è inoltre l’unica Repubblica ex sovietica ad avere il servizio segreto nominato ancora Kgb.

Per il ministero degli Esteri di Mosca «in questi ultimi tempi, le autorità giudiziarie bielorusse hanno inflitto una serie di condanne severe che non possono che suscitare interrogativi». La Russia ha lanciato un appello alle autorità di Minsk ad «agire in maniera più responsabile rispettando le norme internazionali in materia di diritti dell’uomo e di libertà». Gli Stati Uniti hanno definito la sentenza «una decisione politica». Il portavoce del dipartimento di Stato americano, Mark Toner, ha reso noto che Washington ha chiesto a Minsk di «rilasciare immediatamente e senza condizioni tutti i prigionieri politici e smetterla di prendersela con gli oppositori, che rimangono sotto la minaccia di arresti arbitrari».

Sannikov è il primo dei cinque ex candidati presidenziali, alla sbarra a Minsk, a ricevere la sentenza di condanna. Dopo il contestato annuncio della vittoria di Lukashenko per un quarto mandato presidenziale con circa l’80 per cento delle preferenze, migliaia di persone si riversarono nelle strade della capitale per manifestare il proprio dissenso. La protesta finì con una violenta repressione da parte delle forze di sicurezza con oltre 600 arresti — compresi sei candidati alle presidenziali che avevano sfidato Lukashenko — e soprattutto con la condanna da parte dell’Unione europea e degli Stati Uniti che minacciarono sanzioni e isolamento della Bielorussia. Sannikov venne arrestato il giorno dopo la manifestazione, il 20 dicembre, insieme con la moglie Irina Khalip, nota giornalista investigativa della testata «Novaia Gazeta», anch’essa condannata lunedì scorso — perché ritenuta colpevole di aver partecipato alle proteste di dicembre — a due anni di reclusione con la condizionale.

È un nuovo tentativo di ridurre al silenzio le voci dissonanti e critiche in Bielorussia. «Sono ancora in ostaggio — ha commentato all’uscita dal carcere —. Nel giro di due anni affronterò un altro processo che deciderà se sono una brava cittadina: può definirsi una brava cittadina una giornalista dell’opposizione?». La Khalip si è inoltre detta convinta che suo marito non sconterà tutta la pena e che verrà «scambiato con cibo e prestiti», le due emergenze della grave crisi socioeconomica in cui è precipitato il Paese che si trova sull’orlo di un crac finanziario. Per scongiurarlo, Minsk ha chiesto a Mosca un prestito di 3 miliardi di dollari, da ripagare in beni — come ha detto recentemente lo stesso presidente bielorusso — e potrebbe a breve rivolgersi anche al Fondo monetario internazionale, come invece ha spiegato il premier, Mikhail Myasnikovich.

E mentre Lukashenko cerca di mantenere una posizione equidistante tra l’Occidente e la Russia, il presidente del Parlamento europeo, Jerzy Buzek, ha avanzato la proposta di sospendere i mondiali di hockey su ghiaccio previsti per il 2014 in Bielorussia sino a quando le autorità di Minsk non libereranno gli oppositori politici detenuti in carcere. Le elezioni presidenziali del 19 dicembre del 2010 sono state bocciate dagli osservatori internazionali dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), secondo i quali «è ancora lunga la strada» che la Bielorussia deve percorrere prima di poter dire di rispettare i criteri di correttezza internazionali, malgrado siano stati registrati «alcuni miglioramenti».

Resta dunque una profonda preoccupazione per la condanna dell’ex candidato alle presidenziali Andrei Sannikov che è responsabile soltanto dell’espressione pacifica dei suoi dubbi sulle elezioni che hanno registrato serie carenze soprattutto nella fase dello scrutinio. La politica di apertura e graduale reintegrazione della Bielorussia nella comunità internazionale avviata negli ultimi anni rischia di fermarsi di fronte alla dura repressione scattata dopo le presidenziali che certamente non aiutano a costruire quel necessario clima di fiducia per favorire questo processo.

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