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Lo stupro uccide la famiglia

· A colloquio con Denis Mukwege, vincitore del premio Sakharov ·

E la voce del Papa risveglia le coscienze

Denis Mukwege ha una figura imponente, anche i suoi movimenti trasmettono una certa solennità, forse è la regalità del giusto, di colui che è in pace con Dio. Ma non con gli uomini. I suoi occhi scurissimi, profondi come i grandi laghi africani, rispecchiano un dolore antico, stanco, ma non sopito.

Franca Schininà, «Sete d’Africa» (2003)

Quando gli dico che l’intervista è per l’Osservatore Romano si illumina. Gli regalo l’inserto di «donne chiesa mondo» sull’Africa, si compiace di questo interesse per le donne ma scrolla il capo e guarda lontano: «È incredibile vedere quello che gli uomini riescono a fare alle donne, non sembrano essere umani. Compiono violenze che nemmeno gli animali sarebbero in grado di fare. Io nutro una grandissima ammirazione per Papa Francesco, abbiamo bisogno di un Papa così, che parla con semplicità all’orecchio ma le sue parole poi volano in alto. C’è bisogno della voce del Papa per denunciare questi crimini».

In quattordici anni, Denis Mukwege ha curato circa quarantamila donne vittime dello stupro di guerra, «donne spezzate, rovinate, svestite della loro umanità. La neonata più piccola che ho operato per l’utero perforato aveva sei mesi e la donna più anziana aveva più di ottant’anni. Lo stupro di guerra è un’arma pianificata di genocidio. C’è infatti un’orribile metodicità nella pratica dello stupro che viene compiuto in pubblico e in presenza di familiari e poi seguito da torture sull’apparato genitale per impedire la riproduzione. Lo stupro di massa — trecento donne violentate in un’unica notte e in un unico posto — segue lo stesso modello di traumatizzazione delle decapitazioni mediatiche praticate dall’Is».

Uno sterminio ancora in atto nel Kivu sud, zona strategica per l’approvvigionamento di risorse minerarie come oro e tungsteno, ma si combatte soprattutto per il coltan e la cassiterite, materiali indispensabili per costruire pc e cellulari.

di Sandra Isetta

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11 dicembre 2019

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