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Lo stupro
arma di guerra in Africa

· Tremila casi registrati solo lo scorso anno ·

«Mi congratulo con la recente decisione del Consiglio di pace e sicurezza dell’Unione africana di dedicare una sessione annuale aperta per affrontare il flagello della violenza sessuale legata al conflitto nel continente» sono le parole con cui il Rappresentante speciale Onu per le violenze sessuali nei conflitti, Pramila Patten, ha accompagnato la recente decisione del Consiglio di pace e sicurezza dell’Unione africana di dedicare una sessione annuale aperta per affrontare il «flagello della violenza sessuale legata al conflitto nel continente». Decisione assunta in seguito all’ultima visita di Patten, tenutasi ad Addis Abeba lo scorso 23 luglio.

Secondo l’agenzia Onu le violenze sessuali in varie aree del continente africano sono utilizzate come metodo di guerra a danno di donne, bambini e uomini.

Oltre 3 mila sono infatti stati i casi registrati dall’Onu soltanto nel 2018. In cima alla lista nera dei Paesi africani con il maggior numero di abusi contro civili sta la Repubblica Democratica del Congo, dove la Missione di stabilizzazione, dell’Onu, ha documentato oltre mille casi di violenza sessuale legata ai conflitti. Le vittime di tali violenze sono state rispettivamente 605 donne, 436 ragazze, 4 uomini e 4 ragazzi.

Nello stesso rapporto annuale dell’Onu, pubblicato lo scorso marzo, emerge tra le più terribili anche la situazione della Libia. Molte donne migranti hanno dichiarato di essere state vittime o testimoni di abusi sessuali da parte di trafficanti e membri di gruppi armati, oltre che di funzionari statali, durante il loro viaggio attraverso il Paese e nei centri di detenzione per migranti.

Di nuovo le donne sono le principali vittime di violenza in Nigeria, spesso oggetto di tratta da parte di gruppi armati o di reti criminali internazionali.

Attraverso le testimonianze raccolte dall’agenzia Onu emerge un dato comune a molti Paesi africani: i responsabili delle violenze sessuali che colpiscono soprattutto donne e bambine non sono responsabilità esclusiva soltanto di ribelli, banditi e irregolari, ma in molti casi anche di truppe armate governative.

Per questo motivo, nel suo ultimo pronunciamento, la Rappresentante speciale dell’Onu per le violenze sessuali nei conflitti, ha parlato della necessità di una «volontà politica di trasformare le culture del silenzio e dell’impunità in culture di responsabilità». Ha quindi accolto con soddisfazione la decisione assunta dagli Stati dell’Unione africana di riunirsi annualmente per registrare i progressi compiuti e le difficoltà incontrate nella lotta e nella prevenzione contro questi gravi crimini.

È fondamentale, secondo Pramila Patten, «migliorare la condivisione delle informazioni, il coordinamento e la cooperazione giudiziaria a livello regionale, nonché garantire la riforma del settore della giustizia e della sicurezza a livello nazionale per rendere queste istituzioni più accessibili e sensibili alle vittime». Secondo il rappresentante speciale dell’Onu è quindi urgente il lavoro da compiere assieme a «leader religiosi e di comunità a livello locale per aiutare a spostare lo stigma e le norme sociali che danneggiano ulteriormente le vittime e proteggono gli autori».

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17 settembre 2019

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