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Lo studioso
della cultura scritta

· Un ricordo del paleografo Armando Petrucci ·

I mesi trascorsi dalla morte di Armando Petrucci (il 23 aprile di quest’anno) sono un tempo troppo breve per misurarsi adeguatamente con il ruolo di una persona che ha significato tanto per tanti negli studi e nei rapporti umani. Non è questa le sede per ricordare lo studioso della cultura scritta, l’archivista di Stato, il bibliotecario corsiniano, il docente di paleografia latina all’università di Salerno, alla Sapienza di Roma, alla Scuola Normale di Pisa. Tenterò quindi di mettere in luce alcuni aspetti che di solito in queste occasioni si tende a trascurare, tanto forti sono l’opportunità e la tentazione di illustrare soprattutto il contributo scientifico dello studioso scomparso.

Per prima cosa la didattica. Petrucci è stato un grandissimo “maestro elementare”, ovviamente nel senso migliore che si possa dare a questa espressione. Non è facile insegnare una materia come la paleografia, scienza ausiliaria per definizione, in modo da accompagnare la mente del discente nell’apprendimento di grafie diverse dall’antichità all’età moderna instillando, senza darlo troppo a vedere, il concetto che si tratta di una scienza storica, una “scienza dello spirito”, di cui l’aspetto pratico, pur fondamentale agli occhi di chi apprende, è solo il primo, indispensabile gradino verso panorami incomparabilmente più vasti e significativi. Così si spiega l’incredibile numero di allievi che, soprattutto a Roma, frequentavano le sue lezioni, riempiendo l’aula dell’allora Istituto di Paleografia e partecipando con entusiasmo alla sua didattica interattiva.

C’era poi un secondo tempo, per i corsi monografici del secondo anno, che molti degli annualisti seguivano. Ma anche un terzo tempo, quello delle visite a biblioteche o archivi, a Roma e fuori, occasione per estemporanei scambi di opinioni e programmatici momenti di svago. Una ovvia minoranza proseguiva con la tesi di laurea e oltre (non era ancora il momento del dottorato di ricerca): le modalità di approccio ai problemi erano ovviamente diverse, ma non la passione che coinvolgeva docente e laureando, preliminare in diversi casi a una vera e propria collaborazione nella ricerca. Vennero poi gli anni pisani, in conseguenza di una scelta che lascia tuttora perplessi quanti (e sono moltissimi) ne avevano apprezzato la didattica romana. La Normale era ed è l’antitesi dell’insegnamento “per le masse” che Petrucci aveva praticato alla Sapienza: lo capì subito lui stesso, come raccontò nell’intervista a Francesco Erbani apparsa sulla «Repubblica» del primo maggio 2012, giorno del suo ottantesimo compleanno, significativamente intitolata Perché l’università di massa è più importante della Normale. Questo è il passaggio fondamentale: «L’università deve essere gestita con un senso di responsabilità paragonabile alla sua enorme funzione sociale. Per intenderci: i miei colleghi non si devono spaventare se entrano in un’aula con un centinaio di studenti seduti e una cinquantina aggrappati alle finestre. Si deve trasmettere passione, anche se si insegna una materia barbosa come la paleografia. Si apprende mentre si insegna, i miei studenti mi hanno insegnato tantissimo». Alla didattica appartengono di diritto anche i corsi delle 150 ore, che Alberto Asor Rosa ha giustamente definito «leggendari». Con quell’esperimento di un insegnamento riservato a coloro che ne erano programmaticamente esclusi si entra nell’aspetto politico del personaggio. Fa male a chi ha vissuto quella esperienza pensare che molto probabilmente a giovani e meno giovani di oggi essa risulta inimmaginabile e comunque difficile da comprendere. Un’altra era rispetto a oggi, quando il concetto stesso di ideologia è venuto meno, sostituito da un magma indistinto di pensieri deboli e legati a preconcetti, paure, egoismi. Petrucci si è proclamato apertamente marxista, pur non prendendo altra tessera (fatto significativo) che quella sindacale, della Cgil ovviamente. Era l’epoca in cui i cosiddetti “baroni rossi” si autoassolvevano dai peccati di casta grazie all’appartenenza a una struttura organizzata del movimento operaio: la grande maggioranza si limitava alla partecipazione ad assemblee e cortei, qualche isolato si spinse fino alla lotta armata. Per i primi fu coniato il termine di “radical chic”, qualifica inapplicabile a Petrucci che, come ha scritto sempre Asor Rosa, «metteva in pratica alla lettera quello che pensava e credeva».

A tal punto, come ha ricordato Luciano Canfora, da dimettersi nel dicembre 1972, nel pieno della guerra in Vietnam, da membro della Medieval Academy of America con parole la cui chiarezza e durezza risultano quasi incredibili alle nostre orecchie abituate al volgare chiacchiericcio dei social media: «Le mie convinzioni politiche e la mia stessa coscienza mi impediscono di continuare ad avere una qualsiasi forma di rapporto con l’America ufficiale. Oggi, agli occhi dei miei compagni di lotta e della stessa opinione pubblica borghese di ogni paese d’Europa e del mondo, gli Usa, il loro presidente, la loro classe dominante appaiono come la vivente reincarnazione della Germania fascista, del suo feroce capo, della crudele e assurda gerarchia nazista».

Sapeva però anche scegliere vie mediane tra le sue idee e quelle di chi con lui collaborava, a prescindere dai rispettivi ruoli. Al momento della fondazione di “Scrittura e civiltà” rinunciò senza manifestare eccessivo rincrescimento, anzi con molta grazia, al titolo che avrebbe ritenuto più consono ai suoi interessi, quello di “Scrittura e società”. Perché Petrucci sapeva stare al mondo, quello accademico, s’intende. Aveva fermamente voluto fare il professore universitario, per la libertà di ricerca e di insegnamento che quella carriera gli assicurava, ma al mondo accademico, di cui conosceva benissimo riti e dinamiche, apparteneva solo formalmente. Soprattutto era privo della autoreferenzialità che costituisce lo stigma più evidente di quella comunità, che lavora e produce per soddisfare le proprie esigenze di affermazione fra pari, del cui solo giudizio è disposta a tener conto. Forse proprio da questa attitudine è dipesa una delle sue scelte più dolorose e controverse, quella che lo ha portato a chiudere “Scrittura e civiltà” a venticinque anni dalla fondazione, in quel 2002 in cui ha lasciato l’insegnamento per la pensione. Non ha ritenuto evidentemente che ci fossero le condizioni e le persone adatte per continuare a far vivere la sua creatura più amata, destinata senza di lui, pur ancora attivo e impegnato nella ricerca, a diventare la classica rivista accademica, sede prestigiosa soprattutto per saggi pubblicati da giovani in carriera. Non ha fatto in tempo, per sua fortuna, ad assistere alla classificazione dei periodici in fasce e al conseguente diverso peso attribuito agli articoli non tanto per il contenuto, quanto per la sede di pubblicazione. E così non credo che esistano, fra l’imponente numero di suoi allievi sia all’interno che all’esterno dell’università, quelli che possono affermare di ricoprire il loro ruolo per suo diretto intervento. Questa è, a mio avviso, l’eredità umana più grande che Petrucci lascia a tutti noi: quella di essere stato straniero nella patria universitaria, academicus natione, non moribus.

di Marco Palma

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