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Lo strazio
e la speranza

· Dopo i tragici attentati di Pasqua la comunità cattolica in Sri Lanka trova conforto nella preghiera ·

Cattolici in preghiera davanti alla chiesa di San Sebastiano a Negombo

«Le famiglie che hanno perso i loro cari, o vedendoli su un letto d’ospedale, chiedono angosciate: perché è accaduto a noi? Perché Dio ha permesso tutto questo? Di fronte al mistero del male, che si è abbattuto sulle vite di tante persone, possiamo solo stare accanto a loro in silenzio e in preghiera». Don Pedige Basil Rohan Fernando, sacerdote cattolico della diocesi di Kurunegala ma impegnato a Colombo come direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie in Sri Lanka, va con frequenza a visitare i feriti negli ospedali di Colombo, Negombo e Batticaloa. Sono le vittime della strage di Pasqua quando, il 21 aprile scorso, terroristi suicidi hanno colpito tre alberghi e tre chiese cristiane (due cattoliche e una protestante), uccidendo fedeli che stavano celebrando la domenica di Risurrezione. Don Fernando racconta a «L’Osservatore Romano» la dolorosa situazione che vive oggi la comunità dei battezzati nell’isola: «Il tragico evento degli attacchi di Pasqua è stato una scossa per la fede della nostra gente. È una dura prova per tutti coloro che hanno perso i loro familiari e per tutti noi. Sarà necessario del tempo affinché si possano superare i traumi e il lutto, ma questa è una forza che viene da Dio, non dall’uomo. La risposta dei nostri fratelli è affidata soprattutto al silenzio e alla preghiera. Non c’è odio né violenza nei loro cuori e questo è un dono della grazia di Dio».

Il sacerdote racconta lo strazio di «dover raccogliere i pezzi dei cadaveri, dopo le esplosioni», osserva che «le vittime sono state circa centocinquanta nella chiesa di San Sebastiano a Negombo, oltre cento nel santuario di Sant’Antonio», e riferisce che «i terroristi avevano puntato anche un’altra chiesa cattolica ma sono stati scoraggiati dalla fortuita presenza di due agenti di polizia. Così hanno poi deviato su un albergo». L’accanimento nei confronti dei luoghi di preghiera dei cristiani resta un mistero: «Non c’è una ragione speciale, è solo odio religioso, solo desiderio di infondere il terrore e colpire innocenti, per uccidere quanta più gente possibile».

La Chiesa in Sri Lanka — circa 1.500.000 fedeli su ventidue milioni di abitanti in prevalenza buddisti — ha vissuto domenica 26 maggio una speciale giornata di commemorazione e di preghiera, ricordando le vittime e raccogliendosi per loro in tutte le chiese. Manifestazioni di solidarietà sono venute da altre comunità religiose, come quella buddista e quella induista che, racconta Fernando, «sono accanto a noi, colpite anch’esse dalla barbarie della violenza omicida», che la lasciato scorie di shock e di paura in tutti. «Per la prima volta nella storia abbiamo subito, come fedeli cristiani in Sri Lanka, un attacco mirato: basti pensare che in quasi trent’anni di guerra civile non era mai stata colpita nessuna chiesa. È stata un’aggressione del tutto inaspettata. Siamo sconvolti ma non perdiamo la speranza», osserva ancora una volta il direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie.

Mentre le indagini proseguono e si continua a scavare su possibili legami e basi del cosiddetto “Stato islamico”, autore della strage, in Sri Lanka, don Basil preferisce non entrare in questioni politiche o nelle polemiche nate sul tema della sicurezza, che hanno attraversato l’esecutivo srilankese. «La realtà per noi è la sofferenza del nostro popolo, che prova ad alzare gli occhi a Dio e a cercare nuova speranza per il futuro. Ci sentiamo vicini ai tanti cristiani che soffrono nel mondo, vivendo noi in una nazione nella quale non ci sono persecuzioni e dove finora le nostre comunità cristiane hanno vissuto in modo pacifico, in armonia con la società e le altre comunità religiose».

di Paolo Affatato

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25 agosto 2019

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