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Lo strano caso di Edward Morgan Forster

Era il 1943 quando il critico Lionel Trilling definì Edward Morgan Forster «l’unico scrittore vivente degno di essere letto e riletto» e «l’unico scrittore dalle cui opere si finisce sempre per imparare qualcosa». Tale valutazione destò scalpore perché all’epoca le figure dominanti il panorama letterario erano Hemingway e Faulkner, e la critica tendeva a non considerare altre penne. Tuttavia Trilling chiosava il suo elogio con una nota di aspro rammarico: «Il grande difetto di Forster è che non vorrà mai diventare un grande scrittore. Lo è, ma non lo vuole diventare». Giudizio che si può definire profetico, se per grandezza s’intende la conoscenza immediata e scontata da parte del vasto pubblico dei lettori che subito si destano e manifestano consapevolezza all’udir pronunciare un certo nome. E così se si dice Hemingway, tutti sanno chi è; se si dice Forster, si evoca un nome che richiede la competenza dell’esperto, o quasi.

Edward Morgan Forster (1 gennaio 1879 - 7 giugno 1970)

Il rammarico di Trilling è anche il rammarico di tutti coloro che hanno letto e apprezzato le opere dello scrittore britannico, il quale nasceva il primo gennaio di centoquarant’anni fa. L’incisiva caratterizzazione dei personaggi e degli ambienti; l’analisi introspettiva che fruga nelle coscienze mettendo a nudo debolezze e viltà; la denuncia di falsi ideali che finiscono per corrompere anche i propositi più nobili: sono queste le caratteristiche salienti che fanno di Forster una figura di primo piano nello scenario letterario.

Da principio lo scrittore non aveva le idee chiare: sperimentò vari generi e svolse vari ruoli nel mondo accademico prima di convincersi che il romanzo rappresentava il migliore strumento per esprimere il suo talento. Tuttavia ciò non toglie alcun merito, per esempio, alle illuminanti lezioni di letteratura — tenute presso il Working Men’s College di Londra — e alle conferenze dedicate all’arte italiana. Ma quando, nel 1910, pubblicò Casa Howard, il successo gli arrise senza riserve. Due anni prima si era imposto all’attenzione generale licenziando alle stampe Camera con vista. Alcuni critici allora scrissero che si trattava di un’opera di alto valore, ma prima di sentenziare che l’autore fosse degno di lode era necessario un altro romanzo che confermasse il successo del precedente. E così Forster scrisse Casa Howard, proprio per vincere la resistenza degli scettici. Il romanzo riscosse un plauso stentoreo, ma a quel punto lo scrittore si rintanò, e non cavalcò l’onda della fama. Riecheggia allora il senso sotteso alle parole di Trilling: Forster aveva paura di essere riconosciuto un grande scrittore. E quando, nel 1924, pubblicò il suo ultimo romanzo, Passaggio in India, lo scrittore fu di nuovo acclamato da critica e pubblico: ma era ormai troppo tardi per crogiolarsi a lungo al calore dell’ammirazione altrui. Si stavano lentamente spegnendo le luci della ribalta: quelle luci che egli stesso aveva contribuito a tenere velate.

Da allora non produsse più romanzi, limitandosi a comporre articoli per giornali, saggi di carattere storico, riflessioni di viaggio. Materiale sicuramente interessante, ma ben lontano dalla dimensione del capolavoro. Ne aveva già scritti tre. Per lui, schivo riguardo a una notorietà dilagante e accecante, potevano bastare.

Mentre in Casa Howard e in Passaggio in India esplora l’inconciliabile conflitto di classe, in Camera con vista lo scrittore biasima il perbenismo e i soffocanti limiti della buona, ovvero manierata, educazione inglese dell’epoca edoardiana: un’educazione che finisce per irretire l’individuo, tarpandone gli slanci emotivi e compromettendone l’integrazione con il prossimo e con la società. Da questo contrasto “esterno”, tra la persona e l’ambiente circostante, deriva un altro dissidio, interiore, che lacera l’identità del soggetto: un doppio iato che rappresenta un tratto distintivo del pensiero di Forster.

Esemplare, in merito, è il concetto espresso da Mr Beeve in Camera con vista: «Ho una teoria su Miss Honeychurch — afferma —. Le sembra logico che suoni il pianoforte in modo così meraviglioso e faccia una vita tanto tranquilla? Credo che un giorno la sua vita sarà meravigliosa come il suo modo di suonare. I suoi compartimenti stagni si romperanno, e musica e vita si fonderanno l’una nell’altra». È l’auspicio che lo scrittore formulava per il bene del singolo e della collettività: un auspicio così difficile da tradurre in realtà.

di Gabriele Nicolò

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19 marzo 2019

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